In una foresta così fitta che ci faceva buio anche di giorno, il re Clodoveo cavalcava alla testa del suo esercito, di ritorno dalla guerra. Il re sapeva che alla fine di quel bosco egli sarebbe arrivato in vista della capitale del suo regno, Alberoburgo.
A ogni svolta del sentiero, il re sperava di scorgere le torri della città. Invece, niente. Da tanto tempo avanzava nel bosco, e il bosco non accennava a finire.
“Non si vede – diceva il re al suo vecchio scudiero Amalberto, – non si vede ancora…
E lo scudiero: – In vista abbiamo soltanto tronchi, rami contorti, fronde, cespugli e roveti. Maestà come possiamo sperare di vedere la città attraverso un bosco così fitto?
“Non ricordavo che la foresta fosse così estesa e intricata, – brontolava il re”. Si sarebbe detto che mentre egli era lontano, la vegetazione fosse cresciuta a dismisura, aggrovigliandosi e invadendo i sentieri.
La foresta-radice-labirinto è una fiaba di Italo Calvino (1981) che racconta il ritorno di Re Clodoveo dalla guerra e la sua scoperta sconvolgente: la capitale, Alberoburgo, è ormai circondata da una foresta fittissima e impenetrabile. L’opera riflette sul rapporto tra città e natura e sulle difficoltà di orientarsi in un mondo sempre più complesso e mutevole.
Nel tentativo di rientrare in città, il re si perde in un intricato labirinto di radici e rami intrecciati, dove ogni sentiero sembra condurre fuori strada. Non è l’unico a smarrirsi: nella stessa foresta vagano anche sua figlia Verbena, il giovane Mirtillo, una matrigna infedele e un ministro traditore. La regina Ferdibunta complotta per eliminare la Verbena, la figliastra e il ragazzo, così da impadronirsi del regno; tuttavia i due innamorati, grazie alla loro conoscenza dei segreti della foresta, riescono a sventare l’inganno e ad avvertire il re.
La storia si conclude con la sconfitta dei traditori e con l’ascesa di Verbena al trono: sarà lei a guidare il regno verso una nuova stagione, dimostrando che anche nel labirinto più intricato è possibile ritrovare la strada della giustizia.
Il cuore del racconto risiede nel crollo della distinzione tra alto e basso: l’immagine dei rami che sembrano radici e delle radici che paiono rami annulla la prospettiva euclidea. Qui Calvino dialoga a distanza con la sua produzione precedente, ma con una consapevolezza nuova. Se ne Il barone rampante (1957) la vita sugli alberi di Cosimo Piovasco di Rondò rappresentava una “giusta distanza” per osservare e governare la realtà, nel 1981 quella distanza è ormai impraticabile. La natura non è più un elemento da abitare con distacco intellettuale, ma un sistema complesso in cui l’uomo è immerso e, fatalmente, disperso.
Questa evoluzione segna il passaggio definitivo verso una sensibilità ecologica che non è semplice amore per la natura, ma riconoscimento dell’autonomia del vivente. La foresta cresce, preme e invade la città indipendentemente dai decreti reali. Il re Clodoveo, figura del potere che vorrebbe catalogare e sottomettere, è costretto a una resa che è, paradossalmente, la sua unica via di salvezza. È il tema del “perdersi per ritrovarsi” che attraversa tutta l’opera calviniana: dalla vertigine cosmica di Qfwfq nelle Cosmicomiche, costretto a misurarsi con l’infinito e l’assurdo, fino alle città di Marco Polo. Ma se ne Le città invisibili il labirinto è fatto di pietre, desideri e segni umani, qui il labirinto è biologico, pulsante, indifferente alla presenza dell’uomo.
Anche il paragone con Marcovaldo acquista una nuova luce: se l’operaio degli anni Sessanta cercava con malinconia un brandello di natura tra il cemento, cercando di ricondurla a una dimensione umana e domestica, ne La foresta-radice-labirinto il rapporto è invertito. È la natura a reclamare i propri spazi, costringendo l’uomo a una ricalibrazione totale dei propri sensi.
Lo stile di Calvino, in questo senso, è lo strumento di una “resistenza conoscitiva”. La sua scrittura non cerca di semplificare la complessità, ma di renderla visibile senza ricorrere alla confusione. È quella “leggerezza” che teorizzerà poco dopo nelle Lezioni Americane: una precisione cristallina messa al servizio di un mondo diventato indecifrabile. In questa prospettiva, la foresta diventa anche metafora della pagina scritta e del processo combinatorio: un sistema di infiniti sentieri dove ogni scelta narrativa ne esclude altre, e dove il lettore, come i personaggi, deve accettare l’incertezza come condizione essenziale della scoperta.
Il racconto smette così di essere una lettura per l’infanzia e si rivela come una riflessione filosofica sulla fine dell’antropocentrismo. Calvino ci suggerisce che l’equilibrio non si raggiunge dominando il bosco, ma imparando a leggere le sue relazioni invisibili, accettando che la natura non sia una risorsa, ma una controparte viva, una rete di radici e rami che ci contiene tutti.
