Di fronte all’orso di Bertacchini è molto più di un libro sugli orsi del Trentino: è una riflessione profonda su che cosa siamo diventati come civiltà e su quale idea di mondo stiamo imponendo alla natura. L’orso, in questo senso, non è solo un animale “problematico”, ma un simbolo potente del conflitto tra due visioni opposte dell’esistenza: da una parte la natura come spazio sacro e condiviso, dall’altra la natura come risorsa da gestire, sfruttare e, se necessario, eliminare.
Il testo colpisce per il modo in cui intreccia cronaca, filosofia ed etica ambientale. Le uccisioni degli orsi non vengono presentate come episodi isolati o come semplici problemi di sicurezza, ma come il sintomo di una frattura più profonda: la perdita del senso del limite. Quando Bertacchini richiama Latouche ed Eliade, mette a fuoco il cuore del problema moderno: la desacralizzazione del mondo. Se tutto è disponibile, tutto è manipolabile; se nulla è più “intoccabile”, allora anche la vita diventa negoziabile in base all’utilità economica o turistica.
Molto forte è il passaggio sull’“interpretazione di un luogo” di cui proponiamo di seguito un breve estratto. Qui il libro invita a un cambio di sguardo radicale: non siamo proprietari del territorio, ma custodi temporanei. Questa idea ribalta la retorica politica dominante, che parla di “riappropriarsi” degli spazi come se fossero beni esclusivi dell’uomo. In realtà, suggerisce l’autore, il territorio è una comunità biotica, fatta di relazioni tra specie diverse, e ogni decisione che spezza queste relazioni non è solo sbagliata sul piano ecologico, ma anche su quello morale.
Particolarmente efficace è il modo in cui l’autore lega la questione dell’orso ad altre vicende simboliche: Laika, l’Amazzonia, gli elefanti del Bengala. Episodi lontani tra loro, ma uniti dalla stessa logica di fondo: l’idea che l’essere umano possa disporre degli altri viventi senza rendere conto a nessun ordine superiore, né naturale né etico. In questo senso, Di fronte all’orso non parla solo di Trentino, ma del nostro tempo, di una civiltà che ha perso il senso del sacro e, con esso, il senso della giustizia.
Il richiamo ad Aldo Leopold ci ricorda che ciò che è giusto è ciò che conserva l’integrità, la stabilità e la bellezza della comunità biotica. È una definizione semplice, ma potentissima, che sposta il discorso dall’emergenza alla responsabilità. Non si tratta solo di “gestire” il conflitto con l’orso, ma di chiederci che tipo di comunità vogliamo essere: una che elimina ciò che disturba o una che accetta la complessità della convivenza.
In definitiva, il libro di Bertacchini ci costringe a guardare oltre le soluzioni facili. Non risposte tecniche, ma domande radicali: che cosa abbiamo fatto del nostro rapporto con la natura? Quale eredità stiamo lasciando ai nostri figli? Di fronte all’orso è un testo che invita alla riflessione consapevole, non come reazione emotiva, ma come forma di resistenza etica. Un libro che, partendo da un animale, arriva a interrogare il destino stesso della nostra civiltà.
Per concessione della casa editrice proponiamo la lettura di un Estratto
(tutti i diritti riservati)
L’interpretazione di un luogo
In più popoli e culture di un recente passato la Terra si configurava come la madre di un’energia illimitata, in grado di dare forma alle diverse creature viventi. Con essa, quelle genti parlavano.
Un antico canto Cheyenne recitava: “È tramite la terra che noi viviamo. Senza di essa non potremmo esistere. Noi camminiamo sopra di essa, e se la terra non fosse solida e stabile noi non potremmo vivere”.
Per questo era considerata sacra ed esistevano zone inviolabili nelle quali non era possibile avventurarsi, salvo cambiare il proprio modo di porsi, come quando si entra in un tempio. Quanto è sacro possiede una diversa spazialità; è indisponibile, quindi non asportabile o manipolabile, poiché manifestazione di una realtà che non appartiene al nostro mondo. Quella di cui parlo è una sacralità congiunta, a cui appartiene anche l’uomo.
L’economista francese Serge Latouche ha evidenziato che “sostituendo il sacro con la ragione e la scienza, il mondo moderno ha perduto ogni senso dei limiti, e ciò facendo ha sacrificato il senso stesso”.
Anche l’antropologo rumeno Mircea Eliade ha mostrato come la nostra civiltà abbia dissolto la componente sacra per proiettare l’intera realtà in una nuova dimensione, in cui tutto è disponibile o in vendita. Tale proiezione ci ha portato a presumere di poter attaccare un or- dine, svilendo più valori e facendo diventare possibili aspetti o azioni che, nella dimensione sacra, non lo erano. Anche la scienza ha fatto largo uso di questo processo di desacralizzazione, per estendere le proprie ricerche e i propri metodi oltre i confini dell’essere, divenuto impiegabile. Se così non fosse, non si spiegherebbero le sofferenze a cui vengono sottoposti alcuni animali nei laboratori; o la storia del primo essere vivente spedito nello spazio: Laika, una cagnolina randagia di circa tre anni che venne accalappiata a Mosca, per poi essere inserita nella capsula spaziale sovietica Sputnik 2 nel 1957, con la consapevolezza che non sarebbe mai tornata. Laika, infatti, morì presto, probabilmente a causa dello shock termico, e i rottami ormai bruciati del satellite riatterrarono sulla Terra cinque mesi dopo. I viventi e i luoghi, ai nostri occhi, hanno subìto un processo di oggettivazione.
Per citare Diego Fusaro: “La modernità lotta contro la trascendenza. Tende a unificare lo spazio sotto il segno del materialismo. Il sistema economico dominante ha bisogno di mettere in congedo la sacralità. Quando troviamo un ostacolo lo travolgiamo. Il mondo moderno è un mondo permissivista, deregolamentato, di realtà quantificata, in cui tutto è proiettato nell’immanenza dello scorrimento delle merci e del fare. Una questione di carattere ecologico della tecnica. Tutto è utilizzabile. Tutto rientra in questa sfera e nulla gli si sottrae”.
Chi abita un territorio ne è custode e ne è in qualche modo responsabile. Può accettare quanto gli si presenta o respingerlo con forza, in nome di qualcosa che è più alto. Essere custodi, tuttavia, non significa essere proprietari, ma solo dei guardiani consapevoli che vivono e si relazionano con quel territorio. Nel 2019, Jair Bolsonaro, presidente brasiliano, sosteneva che l’Amazzonia non fosse un patrimonio dell’umanità, in quanto di proprietà del Brasile, che ne avrebbe potuto fare ciò che voleva, anche convertirla in campi di soia e pascoli per il bestiame.
Alla stessa maniera, chi abita un territorio si sente spesso in diritto di poterne fare l’uso che desidera, anche scegliendo di eliminare o limitare una specie vivente, come l’orso, per favorire le proprie attività. Per questo, le parti politiche gridano spesso a voce alta i “diritti” dei cittadini e il loro bisogno “di riappropriarsi del territorio”, trovando facili consensi. Chi è esterno ha allora il diritto di indignarsi per qualcosa che succede al di fuori del proprio campo visivo, che non gli appartiene ma che pure è in qualche modo anche “suo”, riguardando, nella sua espressione, il fine comune di non violare il pianeta. Quel senso di indignazione è lo stesso, già descritto, che in molti hanno provato quando fu uccisa Daniza. Non può e non deve smarrirsi, poiché ogni volta che si manifesta ci riconduce al concetto di sacro, e quindi di giusto, che è proprio di una dimensione che sorpassa i meri confini conservazionistici, appartenendo alle sfere dell’esistenza.
In quella sfera va collocata anche l’idea di giustizia proposta da Aldo Leopold: “Una cosa è giusta quando tende alla conservazione dell’integrità della stabilità e della bellezza della comunità biotica. È sbagliata quando tende altrimenti”. È un senso che è dentro di noi fin dalla nascita e, se non è stato “corrotto” dalle durezze del tempo, non può che emergere. È per questo che ci si indigna quando, nel Bengala occidentale, gli elefanti vengono cacciati, derisi e attaccati poiché ritenuti colpevoli di rovinare piantagioni di tè sorte lungo i corridoi che quei pachidermi si tramandano da generazioni.

