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Le occasioni di Giovanna, Claudio Morandini Nottetempo, Milano, 2026

Le occasioni di Giovanna verso il non umano
commento di Paolo Lago

Diversi romanzi di Claudio Morandini mostrano percorsi di movimento verso ciò che non è umano: la natura più ostile e intricata, luoghi selvatici e impervi oppure gli stessi animali. I personaggi si avvicinano a spazialità ostili in cui domina una natura selvaggia preferendo di gran lunga la vicinanza e la compagnia degli animali a quelle degli esseri umani. Pensiamo, ad esempio, alla protagonista di Gli oscillanti (2019), una ricercatrice universitaria che giunge nell’isolato paesino di Crottarda per raccogliere materiale per i suoi studi; entrerà in contatto con una natura ostile e selvaggia e con misteriose presenze nonché con Bernardetta, una giovane paesana presentata come un personaggio che possiede molti punti di contatto con la sfera animale. La stessa natura, in Gli oscillanti, assume connotazioni animalesche: “Le foglie spesse e umide hanno la consistenza della carne, e non si limitano a sfiorare, sembrano palpare, e non solo ti trattengono, ma ti ispezionano proprio, infilandosi anche tra le pieghe dei vestiti, insinuandosi fino alla pelle”1. Anche in La conca buia (2023), Leda, la figlia del protagonista, appare attratta dall’universo animale e naturale; porta a spasso i cani del canile e, nel cercarsi un compagno, seleziona i pretendenti in base al loro affetto per i cani e gli animali in genere: “Quanti nei hai mandati via al primo appuntamento perché si ritraevano dinanzi ai musi umidi, ai ciuffi di pelo, ai fili di bava, alle unghiate, o si irrigidivano o soltanto ricorrevano a un’ironia difensiva”2.

Anche Giovanna Massarenti, insegnante in pensione, protagonista di Le occasioni di Giovanna (2026), è inequivocabilmente attratta da un universo non umano. Non a caso, come quelli sopra ricordati, è un personaggio femminile, è una donna; la narrativa di Morandini ci mostra allora spesso donne o ragazze che compiono un percorso di avvicinamento alla sfera naturale e animale. Anche Giovanna, come Leda, ama portare a spasso i cani ospitati nel canile preferendo – sembra – la loro compagnia a quella degli esseri umani. Se da una parte c’è una vita irreggimentata in una scontata quotidianità, il mondo della scuola a cui fino a poco prima ella stessa apparteneva, un mondo fatto di burocrazia, di tecnicismi e di acronimi tecnicizzati, un’esistenza condotta in appartamenti in condomini, con vicine di casa vecchie e cattive, un ex marito e un figlio lontano e indifferente, la compagnia di amiche fatue e meschine, dall’altra c’è la natura intricata e ostile, uno spazio selvaggio che ancora riesce a sfuggire all’ordine e al controllo, all’irreggimentazione in quella scontata quotidianità di cui sopra. Una spazialità marginale, di confine, estranea a qualsiasi etichetta o identificazione. Anche i cani del canile, che Giovanna coccola e porta a spasso, fanno parte di questo universo liminale. Emarginati ed esclusi essi stessi, abbandonati dai padroni o perdutisi in lancinanti derive ed erranze, i cani bene rappresentano la sfera animale da cui la protagonista è attratta. Rispetto ai percorsi cittadini, Giovanna preferisce recarsi al canile e passeggiare con i cani in un bosco vicino a un corso d’acqua, percorrere sentieri ai limiti degli spazi urbani, perdersi e quasi annullarsi in luoghi selvatici. Se gli umani sanno solo devastare la natura e abbandonare gli animali, magari infliggendo loro orribili crudeltà, se, come la vicina, sanno solo aver paura di qualsiasi ‘diversità’, allora è meglio scegliere di stare dalla parte della natura e degli stessi animali.

Gli spazi selvatici che incontriamo in Le occasioni di Giovanna e negli altri romanzi di Morandini rappresentano quasi una resistenza ai luoghi anonimi e cementificati delle città; sono il lato in ombra della tecnicizzazione delle esistenze, della costrizione degli individui a ritmi di vita unificati e veloci. A un ordine programmato e imposto dall’alto, gli spazi naturali rispondono con un disordine spontaneo e istintivo. È proprio ai margini, ai confini, in quella sorta di terra di nessuno, che è possibile incontrare la ribellione di una natura selvaggia altrove controllata e tenuta a bada. È da essa che è attratta Giovanna ed è in questi luoghi che porta a passeggio Serena, la sua cagna preferita:

Ci sono, attorno al canile, zone che, abbandonate dall’uomo, tornano incolte. Orti negletti e conquistati dall’artemisia e dal luppolo selvatico, dai quali salgono zaffate dense che quasi ubriacano; prati non più tosati che i rovi cingono d’assedio e mille erbe selvatiche, ispide e larghe, hanno ripopolato; alberi non potati da anni, generatori di frutti sempre più disarmonici che si accumulano a terra o, se troppo pesanti, spezzano i rami infragiliti che li reggevano; solchi e canaletti, ingolfati di detriti, fogliame e pattume, nei quali a volte nugoli di mosche e puzzi prodigiosi rivelano la presenza di piccole carcasse. I cani, anche i più educati, provano un’irresistibile attrazione per quei luoghi selvatici, verso cui puntano decisi, tendendo i guinzagli. Ci si butterebbe a muso basso, socchiudendo appena le palpebre per non accecarsi, graffiandosi e conficcandosi ovunque spine e capolini uncinati di bardana, e diventando presto il bersaglio di tutte le zecche in attesa sui fili d’erba e sulle punte di ramo, se gli umani non li trattenessero.

Ogni tanto qualche operaio del Comune, armato di decespugliatori e motoseghe rumorosissimi, ricoperto fino alla testa da una tuta simile a una corazza, arriva a rassettare quegli angoli di disordine naturale, vi riporta la civiltà sterminando tutto ciò che vi è nato spontaneamente: e la strage sul momento pare definitiva, totale. Ma ben presto le erbacce che nessuno vuole, i rovi, le ortiche, i luppoli, i sambuchi, le malve, i farinelli, gli amaranti tornano a germogliare, e la decimazione sembra averli resi tutti più forti, più protervi.

Giovanna ammira quei luoghi, per la caotica tenacia con cui la vita vi persevera, e – con prudenza – concede ai suoi cani di avvicinarsi, di annusare, di infilare mezzo muso nell’intrico che adesso, prima del collasso invernale, si esprime in un contorcersi esasperato di colori. Nessuno ha mai cantato la scabra poesia dei luoghi incolti, che lei sappia, a parte un Petrarca, un Montale – ma non sa tante cose, potrebbe anche sbagliarsi, anzi di sicuro lo hanno già fatto, bisognerebbe solo scoprire chi. Se non fossero posti così polverosi, se gli arbusti che li prediligono non fossero così irti di spine, nemmeno a lei dispiacerebbe farci una capatina, e rimanere lì a sentir riprendere attorno la vita nascosta3.

Si tratta di luoghi, per certi aspetti, magici e incantati, in cui la stessa natura si confonde con qualcos’altro, come nella dimensione misteriosa da cui è avvolto il paesino di Crottarda in Gli oscillanti. Non a caso, lo scrittore usa l’aggettivo “prodigiosi” parlando di “puzzi” che emanano le carcasse degli animaletti nascoste nell’intrico della vegetazione: “prodigiosi” nel senso di ‘forti’ ma anche come frutto di un prodigio, di una magia perché, se ancora quest’ultima da qualche parte è possibile, non lo è davvero nelle cementificate e regolamentate vie cittadine. È una natura dalle connotazioni dionisiache che emana “zaffate dense che quasi ubriacano” e che non si trova chissà dove, in recondite località ma in quegli spazi, come già notato, marginali, vicino alle città, lasciati incolti e abbandonati dall’uomo. Laddove quest’ultimo non imprime il suo marchio devastante, la natura prende il sopravvento. I cani, affini per istinto a una natura selvaggia e primitiva, amano infilarsi nell’intrico. Ma anche Giovanna non disdegnerebbe di comportarsi come un cane: infilarsi negli intrichi della vegetazione, ascoltare la vita che pulsa nel sottobosco, trasformarsi quasi in vegetazione o animale lei stessa, come Patty-la-pianta in Il sussurro del mondo (The Overstory, 2018) di Richard Powers o Helen, che ha per amica un astore, in Io e Mabel (H is for Hawk, 2014) di Helen MacDonald (non a caso due donne).

Giovanna sceglie di percorrere, come Petrarca, “i più deserti campi”, ma non sola e pensosa come il poeta aretino. Ha eletto come compagna la vecchia Serena, un animale emarginato dagli esseri umani. Anche se lei non ama parlare con i cani, come fanno molti volontari del canile, con Serena è diverso: con Serena ci parla quasi che la sua stessa voce potesse assumere tonalità non umane. Perché, alla fin fine, Giovanna e Serena sono più affini di quanto sembri: la vita cittadina, imbacuccata nella sua banale ripetitività, non è poi così diversa dalla gabbia del canile. E, disdegnando qualsiasi compagnia umana, qualsiasi spazio antropizzato, lei sta dalla parte di Serena e dalla parte della natura più ostile, intricata e selvaggia.

1 C. Morandini, Gli oscillanti, Bompiani, Milano, 2019, p. 206.
2 Id., La conca buia, Nottetempo, Milano, 2023, p. 99.
3 Id., Le occasioni di Giovanna, Nottetempo, Milano, 2026, pp. 181-183.

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“Le occasioni di Giovanna”: verso il non umano

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