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La vita di Isidor Katanic |
Ivo Andrić

Bottega Errante Edizioni 2020 – Traduzione di Alice Parmeggiani

L’inferno ha certamente una porta d’entrata, ma Andrić non dimentica che i luoghi più terribili devono avere anche l’altra porta, quella d’uscita.

dalla postfazione di Bozidar Stanisić

 

commento di  Paolo Risi

Un coniglietto oppresso da un cobra e una tigre: Isidor Katanić detto Zeko (coniglietto) ha a che fare con un Kobra (la moglie Margita) e un Tjgar (il figlio Mihailo), due individui che sembrano nati per angustiare Isidor, già di suo remissivo e di animo gentile.

Il nucleo familiare risiede in una grande casa di Belgrado, con molti appartamenti che vengono affittati e che compongono una società in scala ridotta; è Margita la proprietaria del caseggiato, e nell’incrocio di esistenze che lo animano la donna si erge a decisore e burattinaia dei destini comuni. Siamo a cavallo delle due guerre mondiali, Isidor si distanzia sempre più dalla vita, schiacciato fra l’opprimente ménage domestico e il poco gratificante lavoro di calligrafo presso l’ufficio delle onorificenze reali. Sia nel lavoro che in famiglia ci si aspetta da lui la ripetizione di forme corrette, dove i chiaroscuri rispondono a una tecnica consolidata e univoca; e pensare che Isodor, in gioventù, aveva accarezzato l’ambizione di diventare artista, di attraversare i sensi affidandosi alle costellazioni della creatività.

Zeko è disorientato, incapace di mobilitare se stesso alla ricerca di un valore, di un pensiero salvifico; affronta di petto la solitudine e come guidato da un’ispirazione soprannaturale si mette in cammino, letteralmente, umile calligrafo in cerca di un’identità, di un luogo che lo rappresenti. Il suo istinto lo condurrà sulle rive della Sava, il fiume di Belgrado, stipate di un’umanità variopinta, agli antipodi rispetto alle liturgie piccolo-borghesi di Margita, all’atletismo insipiente del figlio Tigar. Gli abitanti della Sava si nutrono di sole estivo, compongono una comunità parallela, provvisoria, variabile e inquieta come l’acqua del fiume; da quell’esperienza en plein air, Zeko trarrà gli strumenti per ribaltare la propria interiorità, per appropriarsi di una visione critica sull’ordinamento del mondo, sugli stati e le guerre, sulla famiglia e la società.

Oltre alla gente della Sava, Zeko inizia a frequentare la famiglia di sua cognata Marija, e in quel contesto, accanto ai figli della donna, per i quali prova un profondo affetto, ricalibra ulteriormente le proprie convinzioni, in vista di un evento – la seconda guerra mondiale e l’occupazione nazista – che richiederà fermezza e la presa in carico, al di là delle contingenze quotidiane, dei valori di giustizia e patriottismo.

L’importante era passare dal pensiero e dalla risoluzione all’opera e all’esecuzione, chiudere cosi il cerchio salvifico e farla finita una volta per tutte con una vita sterile e indegna, trovare un palmo di terreno stabile sul quale poter lavorare ed essere un uomo.

Inizia così la parabola luminosa di Isidor Katanić detto Zeko; scopre dentro di sé il coraggio, senza battere ciglio si avventura nella città bombardata, accoglie con sgomento l’orrore delle rappresaglie e si fa protagonista di una resistenza personale e collettiva. Diventa uomo d’azione e della sua vita di un tempo restano impressioni fugaci, affreschi di un’umanità in preda allo sgomento, schiacciata dalla potenza di fuoco del nemico.

La storia di Isidor detto Zeko profuma di redenzione, ha dentro di sé la forza di un percorso spirituale, di una ricerca che travalica il tempo. Questa esemplarità gode della capacita di Ivo Andrić – una delle voci più rappresentative delle letterature slave del Novecento – di misurare con profonda partecipazione l’animo umano, sia nelle sue espressioni più spregevoli, sia in quelle che si identificano con i parametri dell’eroismo. Il calligrafo timido, incapace di farsi valere, trova nell’incontro con gli “irregolari” della Sava e con i giovani che lottano contro l’invasore la sostanza incomparabile del proprio essere al mondo; si tratta di una rinascita senza clamore, adeguata al profilo non certo appariscente di Isidor, e che proprio per questo motivo incanta e assume i tratti dell’universalità. Zeko si completa esplorando la sua città, mettendosi in ascolto e spalancando gli occhi di fronte agli orrori della guerra; la resistenza diventa il suo linguaggio, la parola che si oppone alla ferocia del male. Scrive Božidar Stanišić nella postfazione:

“c’è forse qualcosa di artificiale nella metamorfosi di Isidor Katanić? Non è forse vero che così tanti cosiddetti uomini comuni, non solo in Serbia e a Belgrado, ma in tutta la Jugoslavia occupata, risposero al male di quei tempi bui con un’attiva resistenza? Zeko è solo uno fra i tanti che non poterono, davanti alla visione quotidiana degli impiccati nel centro di Belgrado, restare indifferenti e, per parafrasare lo scrittore, continuare a bere e a mangiare nei caffè non lontano da quelle scene. E l’indifferenza – lo sappiamo, ma è meglio ricordarlo – uccide gli interrogativi sul nascere, e anche l’interrogativo forse più grande, quello sul Bene e sul Male, dal quale non ci salva neppure la fuga nell’oblio. ≪Pusillanime oblio≫ dice Ivo Andrić.

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La vita di Isidor Katanic | Ivo Andrić