L’apicultore di Aleppo | Christy Lefteri, quando sopravvivere significa imparare di nuovo a vivere
Ci sono luoghi che continuano a vivere dentro le persone anche quando la guerra le costringe a lasciarli. In L’apicultore di Aleppo, Christy Lefteri racconta l’esperienza dell’esilio attraverso la storia di Nuri e Afra, una coppia costretta ad abbandonare la Siria e ad affrontare un viaggio lungo e incerto verso l’Europa. Intorno a loro si muove una realtà segnata dal conflitto e dalla perdita, mentre il significato stesso di “casa” cambia progressivamente, diventando uno spazio che appartiene insieme alla geografia, alla memoria e ai legami umani.
Nuri è un apicoltore e il suo lavoro introduce fin dalle prime pagine una particolare idea di esistenza. Alveari, api e miele appartengono a un mondo costruito sulla pazienza, sull’attenzione e sulla continuità dei gesti quotidiani. L’apicoltura richiede uno sguardo capace di osservare ciò che accade lentamente e di riconoscere i ritmi della natura. Nel paesaggio che circonda questa attività affiorano anche i segni di condizioni ambientali divenute più difficili, tra siccità, scarsità d’acqua e trasformazioni del territorio, elementi che contribuiscono a delineare una terra sempre più fragile.
In una vita sconvolta dalla violenza, questo sapere conserva il ricordo di un ordine perduto e mantiene vivo il rapporto con una dimensione dell’esistenza fondata sulla continuità, sulla cura e sull’appartenenza. Le api diventano così una presenza che accompagna la storia e che, attraverso la loro comunità fondata sulla cooperazione, richiama la necessità di ricostruire legami quando quelli che sostenevano una vita sono stati spezzati.
La vicenda di Nuri e Afra nasce da una condizione storica precisa, quella di milioni di persone costrette a fuggire a causa della guerra. Lefteri conosce l’esilio attraverso la storia della propria famiglia, segnata dalla fuga da Cipro, e ha incontrato direttamente i rifugiati durante il periodo di volontariato svolto ad Atene. Queste esperienze hanno alimentato la genesi del romanzo e contribuiscono all’attenzione con cui l’autrice restituisce a chi attraversa un confine una storia individuale, sottraendola alla freddezza delle statistiche e delle categorie astratte.
La migrazione viene osservata da una distanza ravvicinata. Il viaggio geografico coincide con una trasformazione profonda del tempo e dello spazio: le frontiere diventano luoghi di attesa, il futuro rimane incerto e il passato continua a riaffiorare in forme dolorose. Lefteri presta particolare attenzione a quella fase che comincia prima della partenza e continua molto tempo dopo l’arrivo. Raggiungere un paese sicuro non cancella la sospensione propria della condizione del rifugiato; resta la necessità di ricostruire una quotidianità, elaborare il lutto e tornare lentamente a immaginare un futuro dentro una realtà nuova.
Il rapporto tra Nuri e Afra occupa per questo un posto centrale nella narrazione. La violenza entra nella sfera più intima della coppia, modificando il modo in cui i due protagonisti si guardano e si comprendono. Il dolore produce distanze e silenzi, mentre il loro legame conserva uno spazio per la speranza e per la possibilità di riconoscersi ancora reciprocamente. La cura dell’altro assume così un significato profondo, legato alla necessità di custodire ciò che rimane della propria identità quando tutto intorno è cambiato.
La scrittura di Lefteri procede attraverso una narrazione fortemente legata alla percezione psicologica. Passato e presente si sovrappongono e ciò che accade intorno ai protagonisti viene filtrato dalla loro memoria traumatica. Questa scelta narrativa avvicina il lettore alla condizione di chi ha vissuto la devastazione, mostrando come il senso di sicurezza possa rimanere fragile anche quando il paesaggio circostante è completamente cambiato. La guerra continua a manifestarsi così nella dimensione più intima dell’esistenza, attraverso ricordi, paure e difficoltà nel rapporto con il presente.
Attraverso Nuri e Afra, Lefteri suggerisce che ricominciare richiede tempo, memoria e la possibilità di costruire nuovamente dei legami. Il passato rimane parte della propria identità e accompagna ogni tentativo di abitare un luogo nuovo, mentre la ricerca di una casa coincide anche con la ricerca di una nuova forma di appartenenza.
Anche la terra, con le sue trasformazioni e le sue fragilità, rimane parte di questa memoria: acqua, paesaggio e lavoro appartengono alla vita che Nuri e Afra hanno perduto e che il viaggio rende ancora più lontana.
In questa tensione tra ciò che è stato perduto e ciò che può ancora essere costruito, la figura dell’apicoltore assume il suo significato più intenso: custodire, osservare, ricomporre un ordine fragile e affidarsi alla possibilità che, anche dopo una lunga stagione di distruzione, possa tornare a esistere una forma di vita condivisa.
Christy Lefteri:
Figlia di rifugiati greco-ciprioti, emigrati nel Regno Unito nel 1974 dopo l’invasione turca, è nata a Londra nel 1980. Ha studiato alla Brunel University e insegnato inglese prima di lavorare come volontaria in un campo rifugiati dell’Unicef ad Atene, che le ha fornito ispirazione per L’apicultore di Aleppo. Uscito nel maggio 2019 in Inghilterra, è immediatamente entrato nella classifica dei bestseller, mentre si prepara a essere pubblicato in tutto il mondo.
