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Una foresta ricamata. Parole scucite tra selve e silenzi.
di Tiziano Fratus.
Mimesis 2025

Commento e Intervista a cura di Antonia Santopietro

Ho finito di leggere Una foresta ricamata da poco, ma mi porto dietro una strana sensazione, come se la voce di questo libro non avesse finito di parlarmi. O forse non era nemmeno una voce, forse erano radici, o foglie, memorie che richiamano altre voci. C’è una intimità condivisa che intercetta, colpisce, a volte fa centro in altri fatti, in altre nostalgie. Le mie forse anche.

Qualche dato sul libro lo lascio in fondo invertendo la prassi, perché lo spazio qui sia solo evocativo e non pragmatico.

Ho letto da qualche parte che cellule geminali del figlio vivono nella madre per sempre dopo la nascita, così come per sempre nei figli c’è il corpo di madre. Durante la gravidanza, alcune cellule del feto passano nel corpo della madre e possono rimanerci per decenni, persino per tutta la vita. Si chiama microchimerismo fetale, e così le cellule materne possono restare nel corpo del figlio. Una coabitazione profonda.

Fratus chiede: “Dove vanno a finire i corpi dei padri? Dove vanno a finire le loro voci?” (p. 121) e io chiedo dove sono i corpi familiari dentro di noi, quanto corpo dei padri e delle madri portiamo dentro.

La risposta è esistenziale e poetica unitamente: li portiamo nei gesti, nei dolori, nei silenzi, nei vuoti e nei pieni che ci hanno lasciato. Anche quando la madre è “nonmadre”.

Secondo la personale percezione di quest’opera, è la poesia a offrire l’occasione per portarli ancora dentro di noi, così che si possa, “in questa repubblica di parole scritte, ritrovarsi ancora insieme” (p. 101). E Fratus la coglie questa occasione, e io apprendo che madre e padre “… continuano a vivere, a modo loro. Vogliamo che continuino a… fare quel che sempli­cemente hanno sempre fatto.” (ivi).

Il linguaggio poetico è dunque lo strumento della traccia e del tracciamento a ritroso: Fratus conosce il segreto dello svelamento che la penna attua sul foglio, scrive con tenacia, a volte maggiore o minore pacatezza, ma soprattutto ci ricorda che l’ascolto è sottratto all’esserci quando: “ai tanti, se esiste a tutti, sì, proprio così, a tutti, tu devi dire.”(p. 13).

In questi boschi intimi la comprensione si realizza nei silenzi, le confessioni aperte ci pongono di fronte ai limina della nostra “ordinaria” (cito ancora Fratus) esistenza. Non ho letto un libro di poesia, non soltanto almeno, ma la storia di un uomo messa nelle mani della vita, tanto quanto nelle foglie, nell’alveo dei fiumi, nelle vette delle montagne, nelle radici degli alberi secolari. Ho letto un’opera che ha respiri linfatici e dolore, comprensione, superamento e disorientamento nelle stesse righe.

“vieni qui e abbraccia tuo padre che è una foresta” (p. 9), scrive Fratus nella suite iniziale, e da lì tutto comincia: entrare nella foresta, in una selva dantesca dalle linee irregolari dei versi significa rinunciare alle certezze, rinunciare al possesso della verità granitica, forse anche all’identità.

Fratus, nell’introduzione (pp. 7-8), confessa che il libro nasce da una “soglia attraversata personale e creativa” segnata dalla perdita del padre e dalla necessità di “soppesare sforzi e intenzioni”. È qui che l’interiorità si fonde in modo quasi eterno con quella della natura: ogni albero diventa padre, ogni radice diventa madre, ogni solco nel terreno è un verso da comporre.

E quando sarà la solitudine fisica a presentarsi: la poesia diventerà la genitrice perfetta:

“Anche senza genitori ho cercato altri genitori. E ne ho trovati migliaia: sequoie, castagni, olmi, platani, la­rici, pini, cipressi, abeti, cedri del Libano, cedri dell’At­lante, magnolie, ficus, araucarie, canfore, calo cedri, tassi e tassodi, ciliegi, ginkgo, liriodendri, e molti altri.” (p. 132)

C’è qualcosa che richiama la tragicità del mondo, una nostalgia antica vive nella sua voce, come se parlasse da una soglia, come se ogni parola fosse stata prima trattenuta per anni e poi liberata a fatica. I testi sono pezzi di un museo della confessione, magnifici quadri tematici; ma non c’è una divisione, tutto sembra fluire. Fratus non scrive per consolare, non scrive per abbellire: “e se un giorno si scoprisse che gli alberi sono pura malignità?” (p. 15), chiede provocatoriamente, e subito dopo chiede perdono al filo d’erba, al ruscello, al mare: “chiedo scusa al bosco che ho bruciato e tagliato” (p. 23). È come se l’ispirazione si muovesse su una linea incerta, tra l’amore estremo e il senso di colpa, tra l’adorazione e la paura. La matrice ecologica che attraversa l’opera non è prescrittiva né moraleggiante: è necessaria alla vita. La natura non è qui per salvarci o punirci, ma per mostrarci la nostra radicale inconsistenza: “quel corpo è quasi niente, quel corpo oramai è quasi niente. Anche la sua la voce sta per scomparire, la sentivo sempre ruggire, forte.” (p. 121) dirà del padre, con tutta la forza del ripiegamento nel senso di impotenza misto al desiderio di protrarre quel momento.

Ho amato molto anche la parte più narrativa, quella dei personaggi: il cane senza padrone (p. 44), l’uccello parlante tra i tetti di Parigi (p. 55), il boscaiolo che ringrazia la scure prima di abbattere un albero (p. 26), l’uomo che mangiava le rondini (p. 34)… sono per me questi i miti antichi e moderni, che vivono in un tempo indistinto, remoto ma anche attualissimo, perché parlano di ciò che siamo diventati, o di ciò che potremmo tornare a essere.

L’animale, la pianta, la pietra: tutto ha spazio nei luoghi e tutto ha senso. Ma “non c’è spazio nella società degli uomini per la vera voce degli alberi ” (p. 64), dice Fratus, ed è vero: forse non la conosciamo perché, parlo per me, fa paura. La verità è che questo libro ti mette davanti a una scelta: vuoi davvero ascoltare? vuoi davvero lasciarti modificare?

Ecco perché ho paura. Come ho avuto timore a leggere ogni frase qui. Troppo. Come una cascata che a guardarla dal basso e in lontananza è uno spettacolo, ma ho provato ad andare in cima, ad avvicinarmi alla balaustra per vederla scorrere a picco tra le rocce e ho avuto paura. Così è la poesia. Tu che sei curioso e lei che ti pone il limite del sentire a cui devi essere pronto.

Non è un testo comodo, ma è un testo che ci accoglie. Ecco forse è questa la definizione più adatta, secondo me. Questo testo mi ha fatto accomodare, in una foresta e li ho ricamato il mio passato, delineato significati al presente e sono fuggita dalle pagine troppe volte. Confesso che alcuni passaggi ho dovuto lasciarli andare per riprenderli poi. Troppo da vicino, nasceva forte l’idea di star perdendo qualcosa, presa nella corsa ai doveri, della vita, della materialità, delle scelte fatte. Giuste, certo. Così si dice.

E poi quando vorrai congedarti dalle pagine, ti accorgerai che le parole le porterai con te, che qualcosa sarà rimasto aperto, versi come questi ad esempio: “la terra non ama farsi ferire e urla in un titanico silenzio, piange, sanguina, ma gli uomini hanno fame e non possono vedere “ (p.67).

Al termine tu resti sotto gli alberi, in ascolto di “una voce che sa di strappi, come se le pagine di questo libro venissero strapazzate tutte insieme” (p. 64), resti nel bosco/buio, con la sensazione che la poesia forse sì, non salverà il mondo ma ci avrà fortemente provato.

E adesso basta perché mi sono commossa abbastanza. La poesia ha questo potere… “un giorno forse capiranno che ogni singolo verso per noi era sacro, che ogni singola pagina, ogni singola fotografia, ogni singolo albero per noi era a suo modo sacro, e che ogni vetta, ogni sorriso, ogni passo ogni respiro ogni incontro per noi era sì sacro.” (p. 218).

Intervista a Tiziano Fratus

Iniziando la lettura del tuo racconto in versi, perché tale appare fin dalle prime righe, troviamo una introduzione confessionale, intima e intensa, che pare rivolgerci un invito: “sedetevi ora vi racconto”. Non si resta indifferenti, soprattutto quando si riconoscono, anche solo in parte, esperienze simili alle proprie. Con questo stato d’animo mi sono soffermata sui versi della suite di benvenuto, un elemento che conosciamo come parte del tuo stile è l’organizzazione grafica del testo. Ma in questo caso ho riconosciuto una forma diversa, quasi quella di uno strappo. È una mia impressione, oppure ho colto qualcosa che hai voluto suggerire?

Graficamente esiste uno strappo, tra le parole, una lacerazione che segna il corso della lettura quanto quello della scrittura. Direi che si è trattato di una scelta più istintiva che ragionata. Ma ora che mi ci fai pensare c’erano dei motivi, nelle cose così come stavano accadendo ma anche nelle scelte che avevo fatto tanti ani fa quando ruppi le relazioni con mio padre e mi ritirai senza terra e senza figura di riferimento. Come ho ripetuto tante volte, da quel distacco gemmò, fiorì l’idea dell’homo radix e quindi la dendrosofia, dai viaggi alla meditazione. Da quando mio padre è morto quella parte di me si è come dissolta, quantomeno fortemente indebolita, immiserita. Torno di meno nei boschi, anche se quando ci torno mi trovo a casa mia, come si dice oggi. O come scriveva il buon Gary Snyder. Ma qualcosa sta mutando, rapidamente.

La foresta ricamata è un titolo che evoca insieme delicatezza e complessità. Quanto siano intricati il mondo, la natura e questo nostro vivere lo mostri scritto in molte immagini; per te cosa è la complessità?

Un’astrazione? Paraletteratura e parafilosofia? Qualcosa di simile. Non penso ci sia poi molto da dire in merito. La realtà che abitiamo è complessa poiché composita, ma senza esagerare, senza iperboli o eccessivi orpelli filosofeggianti. Siamo fatti di tante cose, di molte esperienze, di influenze, decisioni, traspirazioni, di desideri, di rimpianti, di gioie e di dolori… qui mi fermo perché altrimenti diventa un bigliettino da cioccolatino. Comunque, il titolo esprime quel che forse ho cercato di dire con tanti altri titoli in passato, senza mai centrare le parole giuste.

Nel libro parli di una soglia attraversata, personale e creativa, legata anche alla perdita di tuo padre. Cosa prova l’uomo e il poeta dopo aver scritto un’opera come questa?

Imbarazzo. Prima di tutto. Quando quei fatti accaddero trovai nella scrittura uno sfogo, una chiave anche per tentare di capire meglio me stesso, il mondo, l’insensatezza di questa catena di morte di cui siamo parte. La morte mi fa molta impressione e continuo a non capire coloro che mi vengono a sventolare la loro indifferenza in merito. Secondo me hanno qualche vuoto che non vogliono vedere, la morte non può lasciare indifferenze, è talmente ingiusta, soprattutto quando arriva nel pieno dolore, nell’impotenza, nella violenza di una malattia o di una sciagura. E quel che dicono i preti a messa, siate contenti perché ora la vostra sorella o il vostro fratello siedono alla destra del Padre, beh…. beh…. beh… parliamone… ad ogni modo ne ho scritto e ora è parte di questo libro. Alcune parti faccio sinceramente fatica a rileggerle poiché sono davvero molte intime, amici che l’hanno letto mi dicono che li sta aiutando a puntellare certi sentimenti, certi fattori dolenti… mi fa piacere, molto, ma è una misera soddisfazione. Non si vorrebbe comunque vivere di queste avventure sciagurate.

Scrivi: “e se un giorno si scoprisse che gli alberi sono pura malignità?”. La natura è nemica, a parer mio, e sai in che cosa? Ci accoglie e resiste e in questo non ribellarsi mai davvero, mostra la sua “malignità” materna, quella di una madre che ti sgrida ma non ti rifiuta anzi ti protegge apparendo severa. Un modello antico. È così, io credo, che la natura si rivela nemica: non nel senso umano del termine, ma perché non ci dà ragione, non ci obbedisce. Ci lascia vivere, ci permette di agire, ma non ci asseconda. Semplicemente continua a esserci. Questa è la malignità materna della natura, simile a quella delle antiche divinità della terra, come Gaia, Dea primordiale della Terra. Genera tutto, anche gli dei, ma è anche madre di mostri (come i Titani). È madre fondamento, origine, legge. Accoglie, ma non salva. Può essere fertile, ma anche distruttiva. Non ci punisce ma allora cosa accadrà?

Nulla. Andrà avanti così fino alla fine del mondo, o quantomeno all’estinzione della vita umana come la conosciamo. Coloro che pensavano che l’uomo era al centro della creazione hanno sbagliato alla grande, lo sappiamo, ma anche color che credono che la vita insegni qualcosa per un fine superiore si sbagliano quanto i primi. Non c’è nulla da imparare, nulla da occupare, conseguire. D’altronde lavoriamo per il danaro e per il nostro piacere, per l’ambizione di poter fare o dire di fare. Raramente esiste quello che un tempo si chiamava vocazione. O come diceva il buon Linji oltre mille anni orsono: “Non esiste alcuna illuminazione, non esiste alcuna pratica religiosa. Nulla da perdere e nulla da conquistare. Va vissuto anzitutto il momento presente.” Noi non ne siamo capaci, tutti organizziamo, pianifichiamo, è l’epoca dell’homo oeconomicus et organizzatus… non si dice così ma ci capiamo. Vivere solo qui e ora? E come potremmo accettarlo, nonostante duemila e cinquecento anni di buddismo e di religioni orientali? Va bene per un film, per un personaggio di Guerre Stellari, per noi non ha senso, a mio parere è una forma di narcisismo come altre.

Definisci famiglia.
Nido. Luogo. Sentimento. Mutuo aiuto, quando riesce…

Definisci ordinario… e definisci straordinario.
Quel che accade ogni giorno nella nostra esistenza. E quel che accade una volta, o poche volte, nella nostra esistenza.

Definisci una madre.
Un mistero. Un legame al contempo di amore e d’odio.

Definisci un padre.
Un padre ci definisce. Per questo ad un certo punto tentiamo maldestramente di ucciderlo. E quando ci riusciamo ci pentiamo per il resto dei nostri giorni…


Tiziano Fratus (Bergamo, 1975) è poeta, scrittore e dendrosofo. Da anni conduce una ricerca letteraria e spirituale intorno al concetto di “uomo radice”, che lo portano a intrecciare la pratica poetica con l’ascolto profondo degli ecosistemi arborei e la meditazione nei paesaggi boschivi. Autore di moltissimi libri, Una foresta ricamata. Parole scucite tra selve e silenzi (Mimesis Edizioni 2025) è una delle sue opere più mature, un libro dove poesia, autobiografia e filosofia si fondono in un’unica intenzione di parola e pensiero.

Spesso e con piacere Tiziano Fratus è stato nostro ospite su ZEST (si possono leggere alcuni articoli qui) e suoi preziosi contributi di riflessione “arborea e spirituale” hanno parlato dalle nostre pagine ai lettori, nella serie Il buddha nel bosco che trovate qui.

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Una foresta ricamata. Parole scucite tra selve e silenzi di Tiziano Fratus

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