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libridi Antonio Russo De Vivo

Niente trucchi, dice Carver. Dico Carver Raymond, l’americano che ha scritto racconti e poesie dotati di bellezza – sì, la bellezza è una dotazione, c’è chi ce l’ha ed è capace di spargerla ovunque senza sapere nemmeno come – e poi alcune cosette sulla scrittura che andrebbero meditate. Tra queste, On Writing o A storyteller’s Notebook, pubblicato nel 1981 («New York Times Book Review»). È proprio qui che dice niente trucchi ricordando Geoffrey Wolff che dice ad aspiranti scrittori niente trucchi da quattro soldi. Carver Raymond prova noia per la “scrittura estremamente elaborata e chic o quella chiaramente stupida” e in senso lato, lo capiamo poco dopo, per lo sperimentalismo, ce lo fa capire quando lancia qualche stoccata a Barth John – proprio lui, il tanto amato da Wallace D.F. – il quale a sua volta teme che negli anni Ottanta si possano scrivere “romanzetti di ambiente domestico e familiare”.

Da un lato abbiamo Barth e tutto quel postmodernismo sperimentale che ha raggiunto il picco con Infinite Jest (1996) di Wallace e Casa di foglie (2000) di Danielewski M.Z., dall’altro lato Carver e tutto quel minimalismo che ha raggiunto esiti goduriosi con American psycho (1991) di Ellis B.E. Di mezzo, nell’America letteraria, tanto e tanto altro.

Ognuno fa la sua scelta. Perché i modelli pesano e peseranno sempre. Perché c’è sempre una tradizione che lo scrittore non può ignorare. A un certo punto, qui da noi, negli anni Novanta e negli anni Zero, Carver ha avuto una più larga diffusione ed è stato modello per molti. È ancora un modello per molti.

L’insegnamento di Carver Raymond è in questa formula così elementare e così prescrittiva: niente trucchi. Non c’è bisogno di arzigogolare in stile e in concetti, qualsiasi cosa può indurre – deve indurre – uno stato di “stupore semplicemente assoluto”. Se Carver è il vostro modello o punto di riferimento, o se solo la vostra idea di scrittura è o vuole essere vicina a quella di Carver – una scrittura tesa e necessaria, precisa, avara di aggettivi o avverbi – allora la sua testimonianza è per voi preziosa:

In una poesia o in un racconto si possono descrivere delle cose, degli oggetti comuni usando un linguaggio comune ma preciso e dotare questi oggetti – una sedia, le tendine di una finestra, una forchetta, un sasso, un orecchino – di un potere immenso, addirittura sbalorditivo. Si può scrivere una riga di dialogo apparentemente innocuo e far sì che provochi al lettore un brivido lungo la schiena – l’origine del piacere artistico, secondo Nabokov. Questo è il tipo di scrittura che mi interessa più di tutti. […] Il narratore del meraviglioso racconto di Isaac Babel intitolato «Guy de Maupassant», parlando della tecnica narrativa, ad un certo punto dice: «Non c’è ferro che possa trafiggere il cuore con più forza di un punto messo al posto giusto».”

[Il mestiere di scrivere (On Writing), in Voi non sapete che cos’è l’amore. Racconti-poesie-saggi, trad. it. di Francesco Durante e Riccardo Duranti, Napoli, Tullio Pironti, 1989, pp. 31-2]

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