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Rubrica 2078 Fifth avenue
La rubrica prende il nome dalla strada in cui vissero i fratelli Collyer noti per aver accumulato un notevole quantitativo di oggetti, tra cui libri e giornali, è un pretesto narrandi per immaginare di avervi trovato libri di autori, che sebbene lontani nella memoria, hanno fortemente contribuito alla letteratura nazionale e poterne raccontare ancora.

a cura di Davide Morganti


immagine in rete

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Nino Palumbo 

La casa puzza ovunque, a stento riesco a camminare, inciampo di continuo, si vede poco, hanno staccato la luce, fa freddo ma non posso fare a meno di leggere quello che trovo, c’è di tutto ovunque, migliaia e miglia di libri, scartoffie, dondoli, giornali, cavi elettrici, sedie, fogli, penne, barattoli. Sono monsieur Humblot, da quando ho rifiutato il capolavoro di Proust con queste parole: “Sarò forse duro di comprendonio, ma non riesco a capacitarmi del fatto che un signore possa impiegare trenta pagine per descrivere come si giri e rigiri nel letto prima di prendere sonno” sono stato costretto, dopo la morte dei fratelli Collyer, a rimanere nella loro assurda villa per archiviare quello che hanno lasciato. Non ci riuscirò mai! Per caso ho letto un libro, stampato per i tipi Medusa nel 1958, di un certo Nino Palumbo, scrittore nato a Trani nel 1921 e morto a Genova nel 1983.

Riedizione del 2013

Riedizione del 2013

Il romanzo si chiama “Il giornale”, autentica ossessione di Domenico Chessa, che passa le sue giornate tra lavoro e lettura di ogni articolo. Non solo, a casa i quotidiani li cataloga e li impacchetta prima di sistemarli nelle stanze. A lavoro è visto come un tipo strano e anonimo, tutti lo ignorano e lui si adatta alla sua invisibilità. Gli basta leggere qualunque giornale per dare senso al suo tempo. Questa abitudine, però, gli causa frequenti ritardi, legge davanti alla banca, i colleghi lo osservano dalle finestre. Viene licenziato. Lui prova e riprova, omino piccino, ad avere un colloquio per ripresa del lavoro ma non serve. Comincia a passare il suo tempo tra i poveri, racconta loro quello che ha letto, infine i barboni vengono a sapere dal giornale che quel misterioso signore che leggeva nel parco le notizie è morto. I giornali che aveva raccolto, timbrati e donati alla banca vengono rifiutati, alcuni li prende la portiera del palazzo di Chessa per la stufa, la gran parte va a un tizio che vende la carta al chilo. Triste fine di ogni sua intenzione. Chessa sperava di essere ricordato in qualche emeroteca, invece la sua morte ha affermato l’inutilità della sua vita. Romanzo scritto con malinconia burocratica, grigia. “Come sempre, il primo pensiero, appena si svegliò, fu per il giornale. Cosa ci sarebbe stato scritto quella mattina, quali notizie avrebbero riportato i caratteri grossi, a scatola, e quali si sarebbero dovuto accontentare dei titoli piccoli che, per scovarli, era necessario un occhio attento, molto esercitato alla lettura?”. Il personaggio creato da Nino Palumbo appartiene del tutto al dolore, somiglia alla carta da parati degli appartamenti anni Cinquanta, costretto a una vita afasica o quasi, impacciato nell’unica possibilità d’amore, legge il giornale per vivere la vita degli altri, non potendo fare lo stesso con la sua; tocca di continuo la carta stampata quando la mette in tasca: bisogno di sicurezza, di casa, di conforto. “Alla fine s’alzava, e procedeva all’ultima operazione della giornata. Spiegava per bene sul letto (il tavolino e il comodino li aveva venduti) i giornali, prendeva il timbro col suo nome e cognome e lo svolazzo sotto, lo poneva sul tampone, e lo appoggiava sui giornali in alto a sinistra. Sotto i giornali metteva il palmo della man e cercava di spingerlo contro le lettere del timbro, perché la stampa riuscisse completa e precisa. Poi li collocava sulla pila, che ormai era vicino al letto, e se li guardava. Nella stanza c’era adesso posto solamente per il letto e per lo sgabello, su cui erano due pentolini ed una macchinetta a spirito. Le pile erano alte per tutto, incordate per annualità e con l’etichetta dell’anno cui riferivano”. Era almeno ordinato Domenico Chessa, non come quegli sciatti dei fratelli Collyer! La vita del romanzo di Palumbo somiglia a quella del suo protagonista, è rimasto ai margini, abbandonato, carta straccia. Sono pochi, oggi, che ricordano Nino Palumbo, nei manuali di antologia non è nemmeno citato, eppure Chessa è il dirimpettaio di casa tua, è il signore che se ne sta in piedi sull’autobus: la letteratura italiana deve riprendersi l’impiegato Domenico Chessa, la cui esistenza è stata un apparecchio alla morte e il suo licenziamento una conversione all’umanità. Ho contato quattro errori grammaticali, ma non importa, possono correggersi. Il romanzo termina con le ultime azioni dell’impiegato: “Riaccese per un momento la luce, si mise le lenti, e guardò in giro. Tutto, anche in quella stanza, era ormai occupato dalle pile alte fin sotto il soffitto. C’era solo un corridoio dalla porta d’ingresso al letto e, avanti al letto, al posto per rigirarsi. Ma sotto il letto un paio di annualità ci sarebbero ancora state”. Davvero un bravo scrittore Nino Palumbo, per alcune ore non mi ha fatto sentire il freddo di questa villa, ho provato compassione per il suo Chessa, gli avrei rimboccato le coperte per farlo sentire amato quando spegneva la luce sulla sua solitudine. Quando ho finito l’ultima pagina, mi sentivo complice della sua morte e allora sono tornato indietro, all’inizio, per riportarlo in vita; il grigio, in fondo, gli stava bene e non se ne lamentava più di tanto. La scrittura di Palumbo è una polvere che gli cade addosso per tutto il romanzo, lo copre dovunque si trovi, lo rallenta, lo soffoca, lo rende simile a lei, lo perseguita persino nel letto. Una lunga quaresima che trova la sua Pasqua in un finale che appartiene a ogni essere umano, o quasi. La temperatura si è abbassata ancora, non vedo più niente, mi chiedo quando avrà fine questa mia lunga pena, mi basterebbe anche soltanto smettere di sapere che sono monsieur Humblot.


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Vintage: Il giornale | Nino Palumbo