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Taccuini postmoderni. Dialoghi e pensieri
di Laura Tappatà
Rogas edizioni 2020

Laura Tappatà, filosofa e docente universitaria all’Università Cattolica di Piacenza, in Taccuini postmoderni premette e sottolinea la sacralità della parola; le parole vanno usate con parsimonia e oculatezza, perché l’interpretazione della realtà è un esercizio che rischia di essere fuorviante, una rincorsa affannosa destinata, il più delle volte, a fallire. Il diario postmoderno (postmoderno perché liquido, altalenante tra profondità e lievità; intimo ed esuberante…) si proietta verso la rivelazione delle passioni (passione, una parola che ricorre più volte nel saggio che è al tempo stesso atto sostanziale e immateriale).

L’autrice, nell’introduzione, esplicita il suo piano di volo, che è metodologico e conseguenza del proprio specchiarsi nel mondo.

Quindi, per la forma, meglio preferire frasi brevi, riflessioni sintetiche di eventi mentali, emotivi e immaginali; ricordi o citazioni lette altrove; annotazioni concise, frammenti, per permettere di registrare una maggiore quantità di materiale e avere più flessibilità nella scelta dei temi su cui riflettere.

Tento di essere un pescatore di perle, perché la ricerca è una sfida con se stessi, solitaria, rivolta a fondali ombreggiati, marginali rispetto ai bagliori del mare aperto. Una ricerca inquieta dell’essere, esplicitata in prima persona, il racconto di sé che persegue – sulla rotta delle passioni – una schiettezza ontologica. Ancora una volta la parola come emblema, strumento di lotta più che mai in un contesto comunicativo deteriorato, dentro mondi contrapposti e separati dal deserto dell’interiorità.

E i temi su cui riflettere? Pochi, essenziali, inevitabili. Il dialogo con Dio o con il Dubbio. Il dialogo con Se stessi o con lo Spirito libero. Il dialogo con l’Amore o con l’Altro. Il dialogo con il Mondo o con il Reale. Il dialogo con la Morte o con l’Inevitabile.

Un quaderno che testimonia il cammino di uno Spirito libero, o che vorrebbe misurarsi giorno per giorno con il libero arbitrio, errando e avendo il dubbio come termine di confronto. Uno Spirito libero accoglie le asperità del percorso, scansa facili approdi e scorciatoie: cerca un dialogo che è sinonimo di inquietudine spirituale, che è confronto e immersione nel quotidiano. La nostra identità non è solo un dono di natura ma anche un dono dell’Altro: la presenza “accanto”, lo spazio riservato all’altro, genera fusioni sorprendenti, che nulla hanno di precostituito.

È il tempo delle passioni e dei pensieri, delle virtù e dei vizi elegantemente scioccanti, delle scoperte e degli allontanamenti, della bellezza e dei desideri. La mediocrità, lontana!

Laura Tappatà racconta il potere dell’accoglienza, che sia rivolta a Dio, a Se stessi, all’Altro, al Mondo, all’Inevitabile. Non è il momento per avvolgersi, per scimmiottare cittadinanze, la passione richiede ardimento e prontezza, la libertà dell’incontro che ha come corrispettivo il nucleo originale, l’interiorità segreta. Il futuro si disegna con gli stessi colori della passione, il futuro sta nel desiderio e nell’orgoglio delle mie scelte; sta nel coraggio che metto nel celebrare la vita di tutti i giorni.

In Taccuini postmoderni risiede l’imprendibilità della vita, l’impossibilità di definirsi entro coordinate rassicuranti. La ricerca di un Io sufficientemente stabile si affida quindi a una coerente tessitura biografica, all’esperienza che si nutre di valori, che per quanto riguarda l’autrice sono il raggiungimento della consapevolezza personale, l’uso sapiente delle passioni e la ricerca della bellezza. Sulla scia di significativi interpreti della realtà (nel volume vengono citati, fra gli altri, Emil Cioran, Marguerite Yourcenar, Fernando Savater, Giulio Giorello) il breve saggio sviluppa un percorso intimo, che in quanto tale esprime inclusione, la disponibilità all’ascolto. Se non esistesse il timore di sminuirlo, lo si potrebbe definire un manuale di sopravvivenza, o forse di resistenza civile; sottotraccia, nelle riflessioni di Laura Tappatà, si individua una sorta di rammarico, la consapevolezza che in qualsiasi progetto di potere le parole vengono utilizzate come risorse autorevoli per confondere, manipolare, colpire, umiliare. Questo modo di comunicare aggredisce la creatività, la sensibilità, la tenerezza, l’empatia. Nella vita pubblica come in quella privata. Lo vivo come un vero e proprio attacco al pensiero, alla logica: un’azione perversa che confonde, divide, squalifica.


Due domande all’autrice:

Una tua prospettiva sul post-umanesimo?

Le parole sono un emblema, uno strumento potente per far risuonare nuove coordinate culturali e paradigmatiche. Mi piace la “parola” Post-umanesimo perché mi concede di mettere in discussione non tanto l’uomo in quanto tale ma l’immagine dell’uomo creata dall’antropocentrismo umanista. Come abbiamo superato il dualismo Anima-Corpo, essenziale è mettere in discussione quello di umano-non umano, biologico-tecnologico, naturale-culturale, guardando sia al superamento della centralità umana che alla necessità di creare una coniugazione simbolica, spirituale e materiale con tutto ciò che umano non è. Fatico ad accettare il concetto di diversità come errore, devianza, contrasto perché, da filosofa eraclitea, amo ricordare che nulla resta immobile e nulla permane in uno stato di fissità e stabilità. Tutto transmuta, senza posa, senza eccezione. Questo è il sale della vita, è consapevolezza: non lo dobbiamo temere. Lo scorrere perenne delle cose e il divenire universale si rivelano come sintesi dei contrari e, quindi, come armonia e conciliazione. Questa è, secondo me, l’essenza del Post-umanesimo: nella sintesi degli opposti, nella fusione con l’Altro diverso da me, sta il principio che mi spiega la Realtà.

Rispetto alla pandemia: siamo in grado di compiere una rielaborazione e una riflessione profonde?

Ogni Spirito libero si è confrontato, in questi mesi, con un’inquietudine mentale. L’immersione nel quotidiano è stata dolorosa e abbiamo vissuto un tempo in cui le privazioni sono state spirituali e materiali. Credo ci vorrà tempo per riempire questa crepa rendendola bella e preziosa.

Durante la chiusura il rapporto con il tempo si è trasformato e il nostro presente si è sfumato. Anche il futuro mi è parso fragile come una goccia d’acqua ma, nello stesso tempo, occasione perfetta per nuovi progetti, per avere cura di noi e dell’Altro in modo più consapevole. La domanda è: questo processo di nuova consapevolezza ha plenariamente coinvolto tutti noi? La mia risposta è: no, con rammarico, credo che abbia reso più saggi quelli che lo erano già in precedenza. Se la domanda è: questi saggi possono fare qualcosa? Allora la mia risposta è: sì. Dateci spazio, dateci risorse e opportunità e formeremo, ancora una volta, col nostro esempio, quelli che vorranno ascoltare e capire.


Laura Tappatà, filosofa, ha insegnato Psicologia Generale presso il corso di laurea in Scienze della Formazione Primaria dell’Università Cattolica. Ha partecipato al Comitato Scientifico del Premio Nazionale di Divulgazione Scientifica (Associazione Italiana del Libro) dall’edizione 2014 a oggi. Attualmente è docente presso il Circolo Filologico Milanese e l’Università Cattolica di Piacenza, dove conduce il Laboratorio di Gestione delle Relazioni e insegna Psicologia del Lavoro educativo presso il Corso di Qualificazione per Educatore Professionale Sociopedagogico.
Tra le sue ultime pubblicazioni, merita ricordare Stay Focused (Lupetti, 2011), Beyond Well-Being: The Fascination of Risk and of the New Psychological Addictions, (Nova Science Publishers, USA, 2013), Il dono del rancore, (SEFER, 2015), la seconda edizione di Troppo Amore! (SEFER, 2016), Personalità e differenze individuali (S. Paolo, 2018).

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