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COME SOPRA, TALE SOTTO
Tracotanza, umiltà e sacro in The Trouble with Nature di Illum Jacobi

di Luca Bugnone*


(Scheda film QUI | Trailer QUI )

E per la brama di piacere a me stesso e agli occhi degli uomini diventai putredine agli occhi tuoi.”
(Sant’Agostino)

da The Trouble with Nature immagine dal web

Sublime errare

Ci sono artisti stuzzicati da parole difficili come post-umano, intra-azione, eco-sessuale. Le usano come specchi rotti perché in fondo “l’arte non va spiegata”. Ci sono intellettuali refrattari e rivoluzionari, solidali con infinite lotte. Alla proposta di tradurre in pratica le parole, tuttavia, rivendicano il diritto al pensiero puro, la Barriera invisibile da presidiare come i Guardiani della Notte di Game of Thrones. Ci sono i pescatori a strascico dell’informazione, venditori di parole sotto sale come biodiversità, resilienza, antropocentrismo: parole prosciugate di senso, parole-hashtag consumate e gettate via. Restano i cercatori di parole in grado di sopravvivere alla “peste del linguaggio” descritta da Italo Calvino nelle Lezioni americane, quella tendenza “a livellare l’espressione sulle formule più generiche, anonime, astratte, a diluire i significati, a smussare le punte espressive”. L’antidoto, come in agricoltura, sono le varietà antiche, i racconti per simboli anziché per stranomi, le traduzioni dei concetti in parabole capaci di infiltrare le emergenze sociali, culturali e ambientali nei bar, nelle panetterie, negli spogliatoi.

Un bel tentativo è The Trouble with Nature del regista danese Illum Jacobi, presentato in anteprima mondiale al 50° Festival Internazionale del Cinema di Rotterdam (IFFR) e in Italia allo ShorTS Film Festival di Trieste. Il film mostra l’errare fisico e filosofico di Edward Burke, autore di una delle opere cardine del sentimento romantico, Un’indagine filosofica sull’origine delle nostre idee di Sublime e Bello. Burke (Antony Langdon) vuole confermare ciò che dodici anni prima ha immaginato seduto al suo scrittoio. Strangolato dai problemi finanziari, alla ristampa del trattato nel 1769 decide di scongiurare la bancarotta aggiornando il suo capolavoro giovanile così da rinverdirne il successo. Lascia Londra e parte per le Alpi scortato dalla serva Awak (Nathalia Acevedo), un’indigena delle Indie Occidentali.

Burke cerca il sublime tra le balze fasciato in un completo cremisi, incipriato, imparruccato, con tanto di mocassini e foulard. A contatto con la natura selvatica per la prima volta, prevedibilmente, la scopre detestabile. Burke è un merendero domenicale ante litteram, di quelli che grigliano braciole e giocano a racchettoni sulle sponde dei laghi alpini. Piagnucoloso e inetto, inciampa a ogni passo, non sta mai zitto, s’impiglia, s’insozza. Apostrofa l’ambiente in cui si muove come inutile, triste, rivoltante, spregevole. “Non mi è mai piaciuto molto il verde”, dice contemplando il mare alpino, ed è quasi un’epifania. Al rovescio però: non identificazione dell’errore quanto conferma di una vanità estranea a vergogna e penitenza.

da The Trouble with Nature immagine dal web

Eva e Adamo

Jacobi ci pone davanti agli occhi una buona parte dei dualismi germogliati dal pensiero cartesiano e raccolti in una lista da Val Plumwood nel 1993 in Feminism and the Mastery of Nature: Burke è un maschio bianco, europeo, colto e incivilito—pure troppo. Quando non è impegnato in goffi tentativi di liberarsi dagli impicci canta se stesso, la ragione, la volontà invincibile dell’uomo. Riempie il silenzio “assordante” con una nominazione compulsiva, con uno sfiancante flusso di coscienza. Awak è la sua nemesi: femmina e amerinda, quindi primitiva, è pacata, silenziosa e contemplativa. Una volta abbandonato il mostruoso bagaglio del padrone (quasi la metafora del suo ego insostenibile) si muove con grazia vestita solo d’un velo bianco incapace di nasconderne le forme. Se il patetismo di Burke suscita fastidio o tuttalpiù qualche sorriso, Awak ammalia, trasuda carisma, resta un mistero.

Le inquadrature e gli sfondi esaltano la diversità radicale del rapporto dei due con la terra. Burke viene ripreso dall’alto, smarrito in un inferno ingombro di tronchi rinsecchiti e insetti molesti o accerchiato da massi e salite su cui tenta scomode sedute. Seguiamo Awak guardandola negli occhi, la vediamo partecipare a un Eden florido in cui s’immerge seminuda, in pace. Legge il paesaggio, osserva piante e animali in silenzio. In un momento di simbiosi definitiva (eco-sessuale, appunto), accompagna una mano tra le gambe mentre con l’altra carezza i muschi. Per contrasto, Burke filtra il paesaggio con il naso ficcato dentro un libro—il suo—svegliandosi sudicio, incantucciato, coi testicoli scoperti e la parrucca sghemba. Al sorgere della gelosia per Awak e la sua empatia con la terra, riesce soltanto a ribadire le gerarchie di potere: “Io sono il padrone e tu la serva”.

Il rapporto che Burke intrattiene con Awak è identico a quello, rovinoso, tentato con la montagna: “Noi siamo sopra e siamo i padroni nati per domarla”, dice. Awak l’asseconda con noncuranza, ma non è mai remissiva e, a modo suo, corregge il filosofo: “Padroni? Mi spaventa pensarmi padrona di qualcosa di così grande”. Burke è frustrato da un sublime reticente a svelarsi; conosce solo la ragione, non si lascia andare ai sensi, all’animalità, a quella “esperienza spirituale” accessibile ad Awak non per via delle sue origini ma grazie a un approccio meditativo, privo di categorie e di parole, che la dispone alle cose: “Il mondo non è razionale, non siamo solo corpo e mente. La natura ha un’anima e noi pure. Forse è la stessa anima”.

Trincerato nel pregiudizio intellettuale prima ancora che nella sicumera aristocratica, Burke resta impermeabile alle intuizioni dell’indiana. Non può abbracciare uno sguardo diverso dal proprio, perciò, insoddisfatto del mondo, sprofonda in se stesso in cerca di una dimensione trascendentale: “La natura deve essere filtrata dall’uomo”, sentenzia, “altrimenti non è che vuoto”. La realtà non avvicina allo spirito, anzi, la vita spirituale è “oltre la realtà”. La tesi definitiva ribadisce le riflessioni urbane confluite del concetto di sublime: “Devo cercare il sublime all’interno di me stesso”, in una sorta di sublimazione dell’esistenza e dell’ego. Come ultimo atto prima di varcare le colonne d’Ercole, Burke ignora le raccomandazioni dei montanari che tentano di dissuaderlo dall’affrontare la “cattedrale di acqua solida”, il ghiacciaio e la vetta. La sua ricerca conduce lui e Awak, che non può sottrarsi e non vuole abbandonare il suo padrone, a un duplice abisso: quello alpino e quello intellettuale.

da The Trouble with Nature immagine dal web

Nel bianco

No passion so effectually robs the mind of all its powers of acting and reasoning as fear”, nessuna passione priva la mente del suo potere d’azione e di ragionamento efficacemente come la paura, scrisse Edward Burke—quello vero—nel suo trattato sul sublime. Sublime: sub, sotto, e limes, porta, confine, limite. Giungere fin sotto la soglia più alta, sull’ultima soglia. È lì che Burke e Awak si avventurano. Lassù, tra le nevi imperiture, nel bianco che per i latini conteneva candidus, bianco abbagliante, e albus, bianco opaco. Perciò gli opposti: gioia e lutto, presenza e assenza, vita e nulla.

Bianco intitolò Alberto Castoldi un saggio squisito nel 1998, riflettendo su un non-colore dalle infinite potenzialità che è lecito lasciar vuoto o saturare con l’atto creativo. Parola e scrittura sono intese da sempre come una tenzone con il foglio nudo: “Alba pratalia araba…”, recita l’indovinello veronese, immaginando il foglio come una terra nivea in cui piantare semi.

Leggere tra le righe quindi è intravedere la morte, l’abisso silenzioso da colmare con l’horror vacui delle parole. Tacere è morire, ma dato che una letteratura senza parole non esiste (ancora) ed è impossibile trascendere la pagina come fece Lucio Fontana tagliando la tela, l’io, scrive Castoldi, “nella sua ricerca d’assoluto, spinge l’opera ai limiti estremi dell’enunciabilità, là dove non può più materializzarsi”. L’assenza si incarna in letteratura nei denti bianchi della Berenice di Edgar Allan Poe o nella candida deriva di Gordon Pym. Emily Dickinson cantava l’“immacolato mistero” di Dio, la “cosa sacra”, ed Herman Melville nel suo Moby Dick presentò all’immaginario ottocentesco uno “spettro bianco” e spietato, schiudendo la possibilità di un viaggio nell’inconscio.

Ma la radice di tutto era già in Edward Burke, nel terrore inteso come Finisterrae della mente, nella sfida al Sacro sublime e segreto. È qui che Jacobi trascina il “suo” Burke, ponendolo come l’islandese di Giacomo Leopardi al cospetto di un “volto mezzo tra bello e terribile”. Awak prega il filosofo di desistere, di tornare indietro, ma invano. La hybris o tracotanza di Burke sputa sull’umiltà del mondo magico che lascia le potenze inviolate.

Burke riemerge solo e trasfigurato. Rovescia la giacca cremisi, getta la parrucca e cammina sopra un mare di nebbia ricreando il dipinto di Caspar David Friedrich del 1818. In quel simbolo, icona del Romanticismo, si palesa l’impossibile quadratura del cerchio, la sempiterna conferma dell’umana fralezza. La solitudine di Edward Burke reifica l’occasione persa di redimere l’eredità di Descartes attraverso l’accoglienza e l’ascolto delle minoranze offese. I lumi si spengono, sale la nebbia. Noi diventammo romantici, e lo siamo ancora.

da The Trouble with Nature immagine dal web

Il titolo dell’opera di Illum Jacobi si potrebbe incastonare in Staying with the Trouble: Making Kin in the Chthulucene di Donna Haraway (2016). Il prefisso khthon in greco si riferisce al mondo sotterraneo, ctonio, contrapposto a Gea, la superficie vitale oggi conosciuta come biosfera. Lo Chthulucene è dunque l’era delle connessioni sotterranee, di un uomo non più protagonista, vertice e sovrano bensì parte di una rete di viventi, membro di una comunità.

This is the trouble with nature: it’s so insistent”, dice Burke all’inizio del film. L’insistenza che caratterizza la vita, quest’onda infaticabile, indomita, invincibile così odiosa per lui e così gradevole per Awak, secondo Haraway va cavalcata con la gioia della relazione, dello scambio, dell’ibridazione tra linguaggi e corpi, umani e non umani: la soluzione è vivere il caos, starci dentro coscienti d’essere fallaci, effimeri, compositi. Compost è una parola chiave per Haraway, che infatti rifugge l’etichetta di post-umanista. La materia umana è fluida, costantemente rimescolata e rifatta, prende vita e, nel restituirla, dà vita ad altra vita.

Non c’è nulla da cercare oltre, dentro, o al di là. Come sopra, tale sotto, dicevano gli ermetici, ad indicare che le cose terrene riflettono i piani celesti. Il sacro non si insegue, si manifesta soltanto. Va atteso aprendo occhi e orecchie, osservando, facendo silenzio. La vita stessa è sublime sotto la soglia della mente, più vicino al cuore. È già sacra, qui e ora.


* Luca Bugnone è un cacciatore-raccoglitore di frammenti immateriali da combinare in forma letteraria, un amante dei linguaggi che trascendono le parole. Ha creato il sito web Storyterrae per dar voce a ciò che non ha voce e raccontare l’evoluzione di un animale narrativo tra essere e terra. storyterrae.com


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Tracotanza, umiltà e sacro in ‘The Trouble with Nature’ di Illum Jacobi