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 A cura di Carlotta Susca

Di Harmonia Amanda – Opera propria, CC BY-SA 3.0,

Dall’utilizzo di uno pseudonimo in poi, la tua attività letteraria è improntata all’artificio, e con Panorama (NNEditore 2015) il mascheramento è cross-mediale: i tuoi personaggi hanno acquisito una vita autonoma ma anche il testo si è espanso in altri testi, tanto che hai creato il libro Acque chete, che dovrebbe essere solo un’invenzione all’interno di Panorama e invece esiste e ha una copertina che rimanda alla grafica Adelphi.

Hai più volte ribadito che Panorama è in sé concluso (e che hai anche negato i diritti della versione digitale), ma il tuo lettore ideale è quello che legge il solo libro cartaceo o quello che raccoglie tutti i pezzi del puzzle cross-mediale, apprezzando la costruzione di un mondo parallelo in cui Mario Esquilino ha pubblicato il suo libro e continua a scrivere dal Messico, mentre Ligeia Tissot prosegue la sua vita ammiccando ai suoi contatti su Facebook?

Panorma – Tommaso Pincio NNEditore 2015

Il mio lettore, anzi il lettore in assoluto, è un ideale di per sé. È un’entità primordiale, fuori dal tempo e da qualunque contingenza. È un fantasma. È tutti e nessuno. In quanto tale non può essere legato ai mondi accidentali da cui scaturiscono i libri. Se alcuni lettori vogliono appassionarsi a quello che tu chiami puzzle cross-mediale, facciano pure. Dal mio punto di vista, è una passione irrilevante, marginale, forse perfino rischiosa perché può precludere un vero accesso al testo. La paragonerei al desiderio di conoscere un autore di persona. Come lettore, non ho alcun interesse a incontrare gli scrittori che amo. Quasi mai gli scrittori sono all’altezza delle loro opere ma quand’anche lo fossero sono comunque destinati a scomparire. In effetti, proprio per questo scrivono, perché scompaiono. E non scompaiono soltanto loro ma anche i mondi di cui scrivono. Per motivi di studio o semplice curiosità, un lettore può certamente interessarsi ai fantasmi di un testo – lo scrittore e le cose di cui parla – ma non deve mai dimenticare che quei fantasmi gli appaiono soltanto in forma di racconto. Se leggendo Omero possiamo identificarci in Ulisse, sentirlo presente come fosse un nostro contemporaneo, è proprio perché la persona di Ulisse vive come fantasma, perché si è staccata dall’uomo di carne e ossa che era diventando personaggio. Nello staccarsi dallo scrittore e dal suo mondo, il testo letterario si avvicina a noi e talvolta ci resta incollato addosso. È una specie di dono. Interessarsi troppo al contesto che ha generato un libro è un gesto contro natura e, oserei dire, perfino scortese. Equivale a rispedire il libro al mittente, a restituire un regalo.

Ancora sui percorsi di lettura sottesi a Panorama: il racconto Ligeia di Edgar Allan Poe, citato nel libro e spunto per il nome della protagonista femminile, e Bruges la morta di Georges Rodenbach hanno lo stesso argomento di Panorama, l’assenza di una donna e allo stesso tempo la sua presenza ossessiva. Dato che la scomparsa di una donna è stata lo spunto per la scrittura di Panorama, la riattivazione di memorie letterarie su questo tema è avvenuta spontaneamente o hai congegnato sin da subito la trama come letteratura di secondo livello, come riscrittura di altri testi? In che rapporto, cioè, si trovano i tuoi libri e i «libri degli altri», come li chiamava Calvino?

Spesso ciò che appare in bella vista in un libro è meno significativo degli elementi taciuti, nascosti o comunque non espliciti. Vale anche per Panorama. Se il protagonista che hai in mente è un assassino probabilmente gli metterai in mano un’arma. Il mio era un lettore ed era dunque fatale che gli mettessi in mano dei libri. Il racconto di Poe e il romanzo di Rodenbach compaiono in Panorama in questa veste: sono oggetti di scena, orpelli decorativi che si intonano alla storia narrata per i motivi che hai notato e non soltanto per quelli. In quanto oggetti di scena, sono arrivati dopo. In realtà, a guidarmi è stato il ricordo delle lettere di Kafka a Felice. È stato quel carteggio che conosciamo soltanto per metà – la metà di Kafka – a farmi considerare che una corrispondenza amorosa può risolversi in preliminare infinito, una trappola dove non è ben chiaro chi sia il topo e chi il formaggio. Non saprei dire che tipo di rapporto abbia Panorama con le lettere a Felice. Di indegnità, immagino. Ma è un’indegnità inevitabile, perché scrivere un libro, anzi la semplice tentazione di scriverne un libro è possibile soltanto grazie ai libri degli altri, rispetto ai quali si è sempre indegni. Tentare una definizione ulteriore sarebbe insensato quanto definire il rapporto dei nostri polmoni con l’aria che respiriamo. In effetti, non vedo termine di paragone più adatto di questo: i libri degli altri sono come l’aria. Sono un bisogno, una condizione imprescindibile.

In Panorama Mario Esquilino si vendica di Ottavio Tondi perché questo non ha ritenuto pubblicabile Acque chete: nel contesto editoriale contemporaneo molti scriventi si ritengono ingiustamente ignorati; self publishing ed editoria a pagamento aumentano questa confusione, delegittimando il ruolo di filtro dell’editoria che viene considerata una lobby impenetrabile. Quanti errori di valutazione credi commettano gli operatori dell’editoria e quali ritieni debbano essere i criteri per considerare un testo meritevole di diventare un libro? Cosa pensi dell’autopubblicazione, considerata da molti una forma di democrazia editoriale?

In generale, dunque non limitatamente al contesto letterario, penso si faccia un uso sempre più eccessivo e improvvido del termine democrazia, e in ogni caso mi sfugge il motivo per cui l’editoria debba essere democratica. Spesso si tende a criticare il lavoro svolto dagli editori come se questi fossero enti pubblici. Il fatto che pubblichino libri induce a dimenticare che sono aziende private, ognuna con i propri obiettivi, più o meno commerciali, e ognuna con il proprio gusto, più o meno raffinato. Non esistono pertanto criteri validi per tutti. Ogni editore ha la propria linea, la propria fetta di mercato da conquistare o difendere. Starle a discutere è ozioso. Che Vallecchi fosse l’editore di Landolfi è un dato che interessa studiosi e bibliofili, ma il lettore contemporaneo può tranquillamente ignorarlo e leggere lo scrittore nelle edizioni Adelphi senza perdersi nulla. Vogliamo poi considerare la fallibilità umana? Se Proust è stato bocciato da Gide, forse potremmo accettare con più serenità che un editor pecchi di miopia. Resta il problema dell’accesso a quella che tu chiami una lobby impenetrabile. Un problema destinato a farsi sempre più complicato anche per chi l’accesso se l’è già guadagnato, perché le condizioni in cui versa l’editoria non possono che produrre minori margini di rischio e dunque ulteriori restringimenti di spazi. L’autopubblicazione consente almeno in parte agli scrittori di ritagliarsi possibilità che molti editori non sono più in grado di offrire. Il guaio è che l’autopubblicazione implica anche una certa capacità autopromozionale. Se ti limiti a pubblicare e non fai nulla perché il mondo sappia che esisti, sarà come non avere pubblicato. Ecco l’altra faccia dell’autopubblicazione, il lato oscuro di questa presunta democrazia: la seria probabilità che a essere più letto non sarà lo scrittore migliore, ma il comunicatore più abile, quello che meglio ha saputo richiamare l’attenzione su di sé. Diventare imprenditori e manager di se stessi è un segno dei tempi, d’accordo, ma siamo certi che queste qualità possano convivere con il bisogno di appartarsi e restare nell’ombra, proprio di tanta letteratura? Comunque sia, non ho nulla contro l’autopubblicazione. Ho esordito come scrittore stampando a mie spese il romanzo d’esordio e recentemente, con Acque Chete, sono tornato a stampare un libro senza editore. Senza contare i casi di autopubblicazione ben più nobili del mio. Il punto non è se sia degno farsi editori di se stessi, ma essere consapevoli di quel che questa scelta comporta: mettersi in marcia per attraversare il deserto. Bisogna attrezzarsi, prepararsi a tutto, anzi al nulla, visto che parliamo di deserto.


Biografia: Tommaso Pincio scrittore e pittore, vive e lavora a Roma. Tra i suoi libri: M. (Cronopio), Un amore dell’altro mondo (Einaudi), La ragazza che non era lei (Einaudi), Cinacittà (Einaudi), Lo spazio sfinito (minimum fax), Hotel a zero stelle (Laterza), Pulp Roma (Il Saggiatore). Collabora con quotidiani e riviste, tra cui: “Tuttolibri – La Stampa”, “Rolling Stone”, “il manifesto” e “la Repubblica”.
Sito personale: https://tommasopincio.net/

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Il lettore, i libri, le case editrici | Intervista a Tommaso Pincio

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