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neve cane piede morandiniNeve, cane, piede | Claudio Morandini
Exorma edizioni 2015

Adelmo Farandola solitario e malmesso vive in una baita di montagna. Si nutre di ricordi, di risse a accadimenti giovanili, di passato nervoso e fuggiasco. È una sorta di eremita, definizione che nel caso di Adelmo va depurata di spiritualità e misticismo.
Alle soglie dell’autunno, l’uomo scende in paese a fare provviste, solo al pensiero si sente in imbarazzo perché Adelmo, forgiato dalla solitudine, non è più abituato a comunicare con le persone.
La commessa dell’emporio è sorpresa nel vederlo, non si aspettava la sua visita, soltanto pochi giorni prima – gli ricorda – si era fatto vivo per fare la scorta grossa… sale, burro, carne secca, addirittura una damigiana di vino. Il vecchio non sa cosa pensare, farfuglia qualche spiegazione e infine esce dal negozio, in cuor suo la convinzione di essere stato preso in giro.
Adelmo, rasserenato, ritorna sui suoi passi, ora appesantiti dalla pendenza ostile, già pregusta l’isolamento dell’alpe ma a metà del percorso sente uno sbuffare alle sue spalle, da dietro un formicaio brulicante fa capolino un vecchio cane che non appartiene a nessuna razza. L’uomo cerca di allontanarlo, gli tira qualche sasso, eppure l’animale non demorde, accomoda i suoi passi su quelli di Adelmo e insieme, in fila indiana, raggiungono la baita.
Adelmo è un uomo particolare. Non si lava da anni, convinto che l’igiene possa fargli male, coltiva la sua sporcizia e la sua diffidenza, rivolta ai paesani, a un giovane guardiacaccia che cerca di parlargli, probabilmente di essergli amico. Intanto la presenza del cane apre una breccia nella scorza caliginosa dell’eremita, lo fa vacillare nelle sue contorte strutture di pensiero. L’animo sobbalza in bilico fra resistenze stagnanti e il compiacimento di avere intorno a sé un essere vivente da accudire, da osservare. La bolla infetta dell’acredine sembra sul punto di lacerarsi quando Adelmo e il cane iniziano a parlarsi, a litigare e a scherzare, a rivelare se stessi.
Claudio Morandini immagina un paesaggio aspro, un canalone dimenticato dove appena si percepisce il rumore della montagna addomesticata.
Il principe di quelle pietre, di una natura poderosa e infida, è un vecchio cencioso, ritratto sbalorditivo di una categoria umana marginale, sgradevole, eppure resistente e vitale. Quanto più espone e sottolinea la sua difformità, il disprezzo per le consuetudini, tanto più Adelmo appare completo, credibile all’interno di un microcosmo scosceso e selettivo.
Sullo sfondo e nelle viscere del romanzo troneggia la montagna, descritta con tagli e affondi di colore, anima fangosa e riluttante, dove non c’è traccia di lucentezza e a stento si intuisce in lontananza il bagliore di una possibile redenzione. Impasto di neve scricchiolante e letame, il principato di Adelmo germina possibilità, si presta ad amplificare ricordi annebbiati, allucinazioni, e la biografia dell’uomo lentamente si svela, fino all’ultimo inverno, al ritrovamento di un corpo mescolato ai detriti di una valanga.
I racconti di territori affacciati sul mistero, dirupi e fantasmi nella notte, ispirano “NEVE, CANE, PIEDE” di Claudio Morandini, dove delirio, ironia e fisicità purissima intrecciano i loro linguaggi. Ma c’è anche la casualità di un incontro a modellare il personaggio di Adelmo Farandola, un vecchio eremita incrociato realmente dall’autore su un ripido sentiero di montagna, lo scambio di sguardi che segna una distanza ciclopica e prolifera, lo spunto per armarsi di penna e lasciarsi condurre dal vento della narrazione, affidarsi e immaginare… “Me lo immaginavo risoluto a non spostarsi dal luogo in cui aveva deciso di vivere, nemmeno se fosse successa una disgrazia. Era fedele a un pensiero formulato chissà quanti anni prima: morire lì, per i fatti suoi, e al diavolo tutti gli altri… Io di quel vecchio ricordo solo lo sguardo di pietra che mi ha messo addosso quando quella mattina sono salito a disturbarlo nella sua povera malga”.

Paolo Risi

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