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risiLA PASSERELLA 
Racconto di Paolo Risi


Al momento il GPS è confuso. Lo capisco. La sua precisione di macchina non tollera infrastrutture provvisorie che diventano astratte con linee di demarcazione accavallate e barriere new jersey.
Un classico indicatore – radicato sul territorio e consapevole del suo ruolo – mi fa sterzare bruscamente e già pregusto l’affidabilità compiaciuta del benzinaio, ma in questa prateria carbonizzata i distributori di carburante sono ultra-automatizzati, 24 ore su 24 accettano esclusivamente carte di credito e volti impassibili.
Cerco la linea a mezz’aria, la intravedo puntiforme, riflettente, forse irraggiungibile, eppure il centro commerciale dormiente è oltre lo spartitraffico, il più grande supermercato di una catena d’oltralpe, chiuso dopo il saccheggio consumistico dell’ultimo Natale in attesa di revisioni contabili e politiche, di fredde analisi su costi e ricavi.
Da un marciapiede, che rinuncia ad avere una direzione, osservo la struttura, nella luce slavata mi appare quasi sospesa, bidimensionale, e malgrado lo stato di abbandono resiste una velleità di conquista su svincoli, rotatorie e vie di fuga. Permane il grigio slavato e preistorico, e mi incanto ad osservare finestrelle quasi all’apice della parete frontale, sotto ad ognuna di esse una sfumatura di umidità consolidata, come lacrime o vomito misto ad acqua di pulitura.
Torno a guidare, ad ogni semaforo il navigatore si assesta, approfitto delle soste lunghissime, complicate da incroci folli e sbircio oltre il parabrezza la possibile linea a mezz’aria, il passaggio pedonale sopraelevato che in questa frangia di metropoli misura la distanza fra i confini domestici e le corsie climatizzate.
Imbocco un’uscita minore, il traffico si dissolve e penetro in un quartiere soffocato, silenzioso, di villette e negozi mummificati, chiusi da poco o anche da un secolo, svetta su una montagnola una concessionaria della Harley-Davidson, in un giardino privato una cuccia vuota, colorata di verde smeraldo.
Il posto esprime una quieta indifferenza, nello spiazzo desertico parcheggio l’auto e muovendomi oltre la nuvola di pioppi raggiungo una piazza, un obelisco nel mezzo, la chiesa di San Martino in Balsamo e un cancello accostato che immette sulla pista sopraelevata costruita a volo di uccello sulla Statale 36, sopra il mosaico di fabbriche accalcate e i perni di collegamento.
Apro il cancello e salgo la scala metallica fino alla pista sopraelevata, luccicante, pavimentata con un sorprendente materiale che risponde al mio peso attivando un effetto rimbalzante.
I rumori risultano ovattati, quasi non si sentono i veicoli impegnati nel loro balletto sottostante fra piloni strutturali e arcate bianchissime. Cammino e la visuale insolita, panoramica, rivela un albergo in rovina, l’insegna divelta, cavi elettrici e neon come tendini esposti, lasciati a marcire.
Dall’altra parte di un’inferriata, lontano, al margine delle vie collassate, un rettangolo di terra polverosa e una bassa costruzione adibita a maneggio. Presumo puntini mobili, cavalli che girano in tondo sfiorando la palizzata, traiettorie morbide, l’eleganza impettita di una giovane cavallerizza.

La passerella ciclopedonale sopraelevata sulla Statale 36 nel comune di Cinisello Balsamo, dopo quattro anni di chiusura per errori e inadempienze costruttive, è stata riaperta parzialmente il 2 maggio 2016. Attualmente è in corso un processo per accertare i responsabili delle irregolarità commesse nella realizzazione dell’opera. Una delle ramificazioni della passerella confluisce nei pressi dell’ipermercato Auchan di Cinisello Balsamo, attualmente chiuso in attesa di un significativo aumento volumetrico. È inoltre previsto un progetto di riqualificazione dell’area limitrofa al centro commerciale (rione Bettola) con l’arrivo del capolinea della metropolitana M1 e la possibilità di creare uno snodo di interscambio grazie al possibile passaggio della metro M5.

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La passerella – Paolo Risi