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consUn rapporto singolare intercorre tra la scrittura e l’atto di camminare.

William Burroughs nei suoi corsi di scrittura creativa dava agli studenti due esercizi riguardanti la camminata. Il primo era l’Esercizio Passeggiata, e cioè passeggiare rivolgendo l’attenzione «su un solo aspetto delle situazioni e percezioni» (La scrittura creativa, trad. it. di Giulio Saponaro, SugarCo, 1994, p. 25) incontrate. Il secondo era camminare sui colori, cioè mettere a fuoco tutti gli oggetti del colore scelto e poi passare agli altri colori. Questi esercizi servivano ad acuire la percezione di scrittori e la capacità di indagare parole e immagini. Difficile capire in che modo raggiungessero lo scopo, ci basti il legame cammino-scrittura.

Più chiaro questo legame ci appare alla luce di un saggio di Balzac: la Teoria dell’andatura (1833). Si inizia con lo stupore dell’autore dinanzi all’assenza di studi soddisfacenti sull’argomento, poi si passa all’affanno e alla frustrazione dello stesso alle prese con la confusione della teoria sempre fondata sulle conoscenze, sui libri. Infine la svolta.

Quando ormai avevo imparato tutto, ancora non sapevo nulla, ma procedevo ugualmente! […]

Decisi di constatare semplicemente gli effetti prodotti intorno all’uomo dai suoi movimenti, […] di annotarli e classificarli; poi, una volta completata l’analisi, di cercare le leggi del bello ideale in fatto di movimento, e di compilarne un codice per le persone interessate a dare una buona idea di se stesse, del loro comportamento e delle loro abitudini: visto che l’andatura è, a mio parere, il prodromo esatto del pensiero e della vita.

Il giorno dopo andai quindi a sedermi su una sedia del boulevard de Gand per studiare l’andatura di tutti i parigini che, per loro disgrazia, mi sarebbero passati davanti nel corso della giornata.”

[in Patologia della vita sociale, trad. it. di Pierfranco Minsenti, Bollati Boringhieri, 1992, p. 74]

Da qui, dall’osservazione finalmente diretta, vengono fuori pagine che hanno del comico ma che al contempo illuminano su quanta grazia e intelligenza si possano raggiungere se si è in grado di osservare. E l’atto di osservare non è cosa da poco. Balzac scrive che «l’osservatore è […] un uomo di genio» (p. 76) e che «non è possibile alcuna osservazione, senza un’eccellente perfezione dei sensi, ed una memoria quasi divina» (p. 77). Dopodiché, si sofferma su quanto più ci interessa: è difficile trovare un soggetto che al contempo sappia osservare e sappia esprimere ciò che osserva.

La capacità di osservare è uno strumento prezioso per lo scrittore, sia per rarità sia per efficacia. Non è facile focalizzare gli elementi giusti, quelli che possono arricchire la narrazione e non tediare; quelli necessari, non riempitivi. Ecco quanto lega Balzac e Burroughs: camminare e osservare aiutano ad affinare percezione e visione. Balzac osserva da fermo chi cammina, Burroughs chiede agli allievi di camminare, e questo atto di camminare, che poco c’entra con la scrittura (non si scrive da fermi?), è il cuore della teoria: non c’è una ragione specifica, eppure non è casuale; nel dubbio: camminate, scrittori!

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Balzac e Burroughs: camminate, scrittori!

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