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Rubrica Sezione Aurea
(il punto di contatto tra estetica e matematica)

di Giovanni Nuti


Quando pensiamo al nostro linguaggio comune e al testo scritto, incontriamo due questioni di fondo: il problema del significato e il problema del senso.
Il Significato può essere definito come il contenuto di una parola o di un discorso, che possiamo comunicare e condividere.
Il Senso è l’orientamento di quel particolare contenuto.
Per usare un’immagine: il Significato è la nave su cui viaggiamo; il Senso è la rotta che seguiamo per attraversare il mare dei significati.

Un Significato non basta per avere un Senso; per esempio:

amore

è una parola con un significato che tutti noi possiamo comprendere. Ma perché questa parola abbia un Senso dobbiamo fare un passo avanti; possiamo dire:

amore io ti amo

Qui la parola amore assume un senso, una direzione. Ma come può emergere dalle parole il significato e il senso?
Si potrebbe rispondere: l’uomo inventa le parole, attribuisce ad esse un significato e organizza queste parole in modo sensato. Detta così questa invenzione del linguaggio sembra un gioco. Ma quali sono le regole del gioco? Non intendo le regole grammaticali e sintattiche – anche quelle invenzioni -, ma intendo le regole noetiche che rendono funzionante il linguaggio.

Qual è il lógos, l’intelligenza che rende organico e condivisibile questo gioco di parole? Ponendo questa domanda – implicitamente – faccio l’ipotesi che il linguaggio letterale abbia qualcosa in comune con quello matematico: anche qui i numeri sono invenzioni, ma le regole che organizzano i numeri sono scoperte.
Tornando alle parole, proviamo a procedere scientificamente. Possiamo tentare di analizzare scientificamente il discorso per vedere se scopriamo l’origine del significato e del senso. Facciamo l’anatomia del discorso, la sua analisi molecolare e atomica; vediamo se riusciamo a scoprire per questa via, come per la materia, i fondamenti nascosti del senso.

Prendiamo un testo di Pessoa:

“Dal mio quarto piano sull’infinito, nella plausibile intimità della sera che sopraggiunge, a una finestra che dà sull’inizio delle stelle, i miei sogni si muovono con l’accordo di un ritmo, come una distanza rivolta verso viaggi a paesi ignoti, o ipotetici, o semplicemente impossibili.”

Tutti noi abbiamo capito il significato delle parole, forse anche il significato complessivo del discorso.
Il senso invece può essere un problema, ma un problema è già un senso; ad una prima lettura, accettiamo che vada bene anche così: il senso di questo discorso è un problema. Ora procediamo con l’anatomia e isoliamo un frammento a caso:

“Dal mio quarto piano sull’infinito, nella plausibile intimità della sera che sopraggiunge, a una finestra che dà sull’inizio delle stelle, i miei sogni si muovono con l’accordo di un ritmo, come una distanza rivolta verso viaggi a paesi ignoti, o ipotetici, o semplicemente impossibili.”

Anche qui comprendiamo il significato, almeno quello letterale; anche il senso ci è presente. Magari non è il senso del discorso complessivo, che all’inizio abbiamo definito come problema. Ma c’è comunque un senso: un quarto piano orientato verso l’infinito. Andiamo avanti; isoliamo dal discorso un elemento molecolare:

“Dal mio quarto piano sull’infinito, nella plausibile intimità della sera che sopraggiunge, a una finestra che dà sull’inizio delle stelle, i miei sogni si muovono con l’accordo di un ritmo, come una distanza rivolta verso viaggi a paesi ignoti, o ipotetici, o semplicemente impossibili.”

Il significato c’è. Tutti possiamo capire cosa vuol dire quarto piano – magari possiamo avere un’incertezza sul tipo di piano: piano architettonico; piano geometrico; piano metaforico. Non importa. Il significato c’è. Ma il senso? Il senso non c’è più. Né il senso dell’intero discorso di Pessoa, né il senso qualsiasi di una frase del discorso; né alcun altro senso.

Qui facciamo una scoperta sorprendente: se sottoponiamo un testo ad una riduzione molecolare, arriviamo ad un punto critico, ad un soglia oltre la quale perdiamo il senso.  Un certo significato resiste ancora, ma il senso è scomparso.  Eppure possiamo fare ancora un passo avanti verso l’infinitamente piccolo. Dobbiamo passare dal livello molecolare a quello atomico e vedere cosa succede. Dal testo di Pessoa isoliamo una lettera a caso di una parola; per esempio la q di quarto:

“Dal mio quarto piano sull’infinito, nella plausibile intimità della sera che sopraggiunge, a una finestra che dà sull’inizio delle stelle, i miei sogni si muovono con l’accordo di un ritmo, come una distanza rivolta verso viaggi a paesi ignoti, o ipotetici, o semplicemente impossibili.”  

Arrivati a questo livello di amputazione del testo abbiamo perso il senso, ma anche il significato, perché q è solo un suono senza significato. Qui facciamo la seconda scoperta sorprendente: le parole, che hanno un significato, sono composte da lettere, vocali e consonanti, che non hanno alcun significato.

Sono suoni che nel linguaggio comune non dicono nulla. Abbiamo trovato la cenere. Abbiamo ridotto il discorso in cenere. Eppure con questa cenere costruiamo parole e frasi che hanno significati e organizziamo discorsi che hanno senso. Come dire che facciamo il fuoco con la cenere. Ma come è possibile? I casi sono due: o interviene qualcosa di esterno alla cenere, perché questa ritorni a dare il fuoco; oppure – ipotesi ancora più misteriosa – c’è un fuoco sotto la cenere. Potremmo dire che il primo è il caso della Prosa. La seconda ipotesi riguarda la Poesia. In Prosa, e nel linguaggio comune, questa cenere, la cenere alfabetica, ritorna fuoco perché si organizza in un Contesto Significante. Il contesto può essere il foglio bianco, un dialogo, una lettera, la pagina di un libro – tanto che persino un errore di stampa, che amputa una parola, ad un prima lettura viene interpretato (letto) come significante qualcosa. Il contesto significante è come un piano geometrico per cui qualsiasi elemento, posto sul piano, assume una qualità geometrica; la descrizione che propongo assomiglia anche al concetto di campo della fisica moderna, dove il campo immateriale determina propensioni nella distribuzione della materia. Grazie alle onde pilota, vuote, di De Broglie le particelle materiali sono pilotate da onde immateriali. Queste considerazioni sembrano dare ragione all’antica teoria taoista del vuoto, per cui senza vuoto il pieno perde la potenzialità funzionale:

“Si ha un bel riunire trenta raggi in un mozzo,
l’utilità della vettura dipende da ciò che non c’è.”
(Tao Tè Ching, XI)

Se riprendiamo la q di Pessoa e la scriviamo su una lavagna o persino su un muro, cioè in un contesto significante, quella q non sarà più una consonante insignificante, ma quanto meno assumerà un significato misterioso, “chi l’ha scritto?”, “perché l’ha scritto?”, “è un segnale?”, “è la sigla di un nome?”…Ma cos’è in realtà questo contesto significante?

E’ lo specchio del nostro Pensiero Significante. Il nostro pensare traccia continuamente una trama che collega ogni parola, persino ogni sillaba pensata, con tutte le altre parole. Per la Poesia, per spiegare il significato e il senso profondo del fare poetico, non basta il contesto significante. Le cose si fanno ancora più misteriose, perché abbiamo detto che per Lei, forse, c’è un fuoco sotto la cenere. Il linguaggio comune non è solo riducibile a cenere alfabetica, ma soprattutto a cenere immaginativa: quando non colleghiamo più parola a immagine, né parola a simbolo, ad arché germinativo. Eppure una parola è l’impronta di un’immagine, ogni parola pensata è collegata con tutte le immagini, della nostra fantasia e del mondo; perché “l’immaginare dell’uomo è il risuonare del mondo” nella sua interiorità.

Lao Tzu scrive:

“La via è qualcosa di assolutamente vago e inafferrabile.
Benché inafferrabili e vaghe, all’interno di essa ci sono delle immagini.
Benché impenetrabili e oscuri all’interno di essa vi sono dei germi.
Questi germi sono molto reali; all’interno di essi risiede l’infallibilità.”
(Tao Té Ching – XXI)

Nella Poesia, oltre il limite della cenere alfabetica, sentiamo l’eco di suoni antichissimi, che solo una razionalità superficiale può interpretare come primitive invenzioni dell’uomo.
Gli antichi costruttori del linguaggio e della scrittura, hanno inventato o scoperto i nomi delle cose?
I nomi delle cose sono la musica sepolta, cristallizzata, nel mondo, come una serie numerica, organizzata secondo un ordine semplice, può nascondere un ordine più profondo e complesso.
Questi suoni sono la musica dell’uomo e del mondo, i veri nomi delle cose, per cui le cose si sono organizzate nelle forme proprie.
Se così è, la Poesia ha il compito di resuscitare il segreto della vita.


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Cenere di un fuoco (Significato e Senso in poesia) | Giovanni Nuti

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