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zest letteratura sostenibileRubrica Sezione Aurea
(il punto di contatto tra estetica e matematica)

di Giovanni Nuti


Abita tutte le città
E nessuna

L’estate scorsa ero all’isola del Giglio. Un giorno, nell’ora del meriggio – quando la luce e il calore sono così intensi che non ti resta altro che riposare, tacere e riposare – ero disteso nella penombra della camera da letto e tutto era fermo, immobile, mentre guardavo lo spiraglio di luce che filtrava dalle imposte appena accostate.
Riposavo e pensavo un po’ a vuoto.

Inaspettatamente, il pensiero che girava a vuoto si è soffermato sul mistero delle parole; ricordo un mio amico che giocava a ripetere una stessa parola, all’infinito, finché il suono che gli usciva di bocca non sembrava più quella parola, ma un suono inutile, un guscio, un’assenza di senso. Insomma, pensavo al mistero delle parole e alla verità delle cose, alla loro concretezza, che pareva non essere disposta a quella stessa consumazione del linguaggio che praticava l’amico.

Avevo pensato anche ad altre cose, alla bellezza delle donne seminude sulla spiaggia, alla bellezza del mare, ma poi il pensiero si era come inceppato lì, tra le parole e le cose.

A dire il vero, nei giorni passati mi ero appassionato – da buon dilettante – ad un altro mistero, quello dei numeri primi: le cifre dei numeri sono state inventate, ma i numeri primi sono stati scoperti, quindi pre-esistevano all’invenzione del linguaggio matematico.

Mi son detto, anche le parole avranno la stessa origine misteriosa?

Allora ho scritto con il telefonino ai miei amici letterati, una semplice domanda: “Ma i nomi delle cose sono stati scoperti o inventati?”
Credevo che con quel caldo pochi mi avrebbero risposto. Invece, forse mossi a compassione o per lo stesso ozio che deviava il mio pensiero, tutti mi hanno scritto qualcosa e quasi tutti hanno convenuto che, nonostante varie distinzioni, le parole erano state inventate e che quindi il linguaggio è una convenzione tutta umana.
Capite bene che se il linguaggio è pura convenzione, la verità, la bellezza, il mistero del mondo possono essere comunicati tra gli uomini attraverso le parole, ma le parole di per sé non avranno alcun legame, alcuna coerenza sostanziale con le cose.

Tuttavia, tra le varie risposte degli amici una mi sorprese in modo particolare.

Questo amico è poeta e matematico di professione. Faccio questa precisazione perché la sua argomentazione assume un rilievo particolare proprio perché da un matematico ci si aspetta una particolare predisposizione logica e nessuna deriva irrazionale.
Mi scrisse: “Beh, mi verrebbe da dire che i nomi sono stati inventati. Quando ero piccolo però dicevo che alcuni oggetti somigliavano a nomi. Ora quella sensazione è più tenue, quasi scomparsa.”
Accidenti, pensai, cose che somigliano a nomi, ma qui è tutto rovesciato!
Provai a prendere “cose che somigliano a nomi” come un teorema, un teorema poetico e provai a considerare tutte le sue possibili conseguenze.

Tali conseguenze sono senz’altro paradossali, ma questi paradossi hanno – almeno per me – una notevole forza evocativa, una grande potenzialità immaginale.

Vediamo, se le cose somigliano a nomi: i nomi vengono prima delle cose. Le cose sono create dai nomi. Quando vediamo una cosa, in realtà ascoltiamo, con gli occhi, un nome. I nomi devono essere parole speciali.

Riguardo a quest’ultima asserzione ci viene in aiuto l’antica filosofia cinese. Infatti nel Tao Te Ching, attribuito a Lao-Tzu, vissuto circa nel IV secolo a.C., si distingue il “vero nome” Ming dalla “parola” che è solo un appellativo Tzu, termine che in senso stretto indica il nome con il quale una persona è chiamata nella vita pubblica per evitare il suo Ming, che è tabù.

Vi ho raccontato questa storia perché fare poesia, per me, è lavorare secondo il paradigma che le cose somigliano a nomi, che le cose – gli eventi, gli esseri, ma anche le cose inanimate – suggeriscono il proprio nome, il proprio teorema poetico.

Giovanni Nuti

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Cose che assomigliano a nomi (di Giovanni Nuti)

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