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Rubrica: Entomologia raccontata a cura di Tommaso Lisa: il Danaide

Rubrica: L’entomologia raccontata: primo numero

Il Danaide

FOTO di Mario Ioppolo

Un antennomero bianco e uno nero, i segmenti si alternano ritmicamente. Così nei Licenidi. Meraviglia di tale dettaglio! Particolari che, fin dall’infanzia, mi hanno lasciato basito. Tutto è lì, davanti agli occhi, per quello che è: un antennomero nero, uno bianco. Lo schema ritmico è elementare, grazioso, e si ripete in diverse specie, proprio sopra gli affusolati palpi, la sottile proboscide, gli occhi composti di un nero lucido.

Per non parlare poi del corpo dei Danaidi, a pois! Assai diverso dai piccoli Licenidi azzurrati il Danaus plexippus, il grande migratore del Nord America dalle ali arancioni, velenoso perché il bruco si nutre di varie specie di Asclepias, ha il corpo elegantemente picchiettato come di efelidi. L’entomologo e scrittore russo Vladimir Nabokov confessò di averne mangiato uno, trovandolo dal sapore simile a quello di mandorle amare e formaggio. Pare che a seguito del suo bizzarro gesto non abbia accusato effetti collaterali.

La medesima scansione bianca e nera è presente anche sul corpo del Danaus chrysippus dell’Africa e dell’Asia, ed in altre farfalle, specie se tropicali. Il corpo nero maculato in un pattern ricorsivo di pois bianchi è elegante come un abito. Lo ritrovo anche in una crisalide nostrana, quella della comune Melitaea dydima (ne trovai tre, un giorno di giugno, appese sotto alle piastrelle sul bordo d’una piscina in un agriturismo nella campagna toscana, le portai a casa e pochi giorni dopo si schiusero sul balcone). Lo schema si fissa nella mente di chi lo osserva, restando inciso nella memoria. Colpisce lo sguardo anche del neofita per qualità e particolarità perché il corpo di una farfalla, abitualmente nero e peloso. Non è il luogo deputato a ricami esornativi.

Il torso del Danaide in particolar modo stregò me quando l’osservai per la prima volta a sette anni non in un esemplare di collezione e neppure disegnato nelle tavole una pubblicazione entomologica, bensì nella foto d’un banale calendario da rotocalchi che amici dei miei genitori generosamente mi regalarono una sera di fine autunno, quando andammo a fargli visita. Fuori pioveva la pioggia triste dei tardi pomeriggi autunnali. Incombevano i compiti di scuola per il giorno seguente. Giurai comunque a me stesso che lo avrei visto dal vivo.

Ma come avrei potuto, prigioniero in una città e con l’inverno alle porte? Non dovetti pazientare neppure un anno perché l’estate successiva la vita mi regalò una di quelle rare, sporadiche sorprese stupefacenti, così intense da divenire memorabili.

Il cartellino spillato sotto la grande farfalla arancione riporta ancora oggi, a distanza di tanto tempo, la data esatta in cui l’incontro avvenne: 20 giugno 1985. Per eccesso di esattezza posso aggiungere che era tarda mattina. Sento ancora il sapore amarognolo degli aghi di pino che mettevo in bocca come una cannuccia, aggirandomi nel retro duna prossimo alla pineta secolare, quando in mezzo alle profumate siepi di lentisco e di mirto m’imbattei nel Danaide arancione. Avevo otto anni e un mese.

Abituato a retinare comuni, ma mai banali, Colias crocea o Gonopteryx rhamni – chiamate anchecedroncelle” – che lasciavo poi libere una volta raggiunte, giusto per soddisfare il gusto della rincorsa, di quel folle e insensato smanacciare sotto il sole col retino fino a sentire le ali frusciare nel tulle, ecco, io non credetti ai miei occhi quando in fondo alla rete vidi lui, proprio lui.

Ero già da qualche settimana in campeggio, a Baia Domizia, sul litorale casertano, in un grande parco dove le tende e i camper sostavano sotto pini il cui ombrello sovrastava più di un palazzo di tre piani le teste dei vacanzieri, immersi nella macchia mediterranea. Un luogo ideale per entomologizzare indisturbati. La struttura era recintata e ben mantenuta eppure anche abbastanza incolta, senza eccessivi timori di cadute di rami o messa in sicurezza delle piante. I giardinieri casertani erano, per mia fortuna, piuttosto indulgenti verso l’incolto, limitandosi a ripulire l’area delle piazzole.

In mezzo a tanti i comfort, alternavo bagni di sole alle prime nuotate. Edificavo vulcani e castelli di sabbia e partivo per solitarie escursioni in una zona incolta, che a quell’età mi sembrava selvaggia e remota, in realtà situata tra lo stabilimento balneare del campeggio e l’accampamento vero e proprio del camper, munito di tendalino blu e stabilizzatori neri di morchia.

FOTO di Mario Ioppolo

Lì, dove se la sabbia non era rovente erano comunque certi semi spiraliformi e irti di spine a bucare le piante dei piedi, era tutto un pullulare di pimelie e altri tenebrionidi. Gli scariti, in particolare il grosso e nero buparius dalle grandi tenaglie, scavavano le loro inconfondibili tane dall’ingresso ovale. Al crepuscolo invece certe Anoxie, delle specie di maggiolini che si nutrono delle radici delle graminacee, s’alzavano a sciami.

Non ricordo d’essermi mai svegliato tanto presto e con tale entusiasmo come allora, per correre ai gabinetti del campeggio la mattina all’alba, prima che arrivasse l’uomo delle pulizie a ripulire gli impiantiti e i lavabi colmi di cerambici, scarabei e ogni altra specie di coleottero lì attratta dalle luci che restavano accese tutta la notte.

È stata senza dubbio un’infanzia felice, almeno finché ho potuto dedicarmi all’entomologia senza necessità di confronto con altri, senza l’ansia di dover apparire quello che non sentivo di essere, come invece di lì a poco, nell’adolescenza, sarebbe accaduto. Nessuna ragazza avrebbe trovato attraente andare a caccia di scarabei. In compagnia di coetanei dediti al culto del calcio inoltre il mio interesse per le antenne dei Licenidi e il corpo a pois del Danaide passavano del tutto inosservati, se non importuni. Uniformarsi a un ruolo che non ci appartiene e tessere relazioni inautentiche sono tra gli strazi più profondi dell’esistenza.

Ed ecco quindi apparire lì, davanti ai miei occhi, quella mattina tersa dopo le piogge e il forte vento dei giorni precedenti, il Danaide, posato su una festuca secca, oscillante nella brezza mattutina col suo corpo a pallini e le ali arancioni e nere. Sembrava un sogno e invece, come al solito, era la realtà, ma nella sua faccia più bella, quella che quasi invera ogni desiderio e speranza mantenendo intatta l’emozione, senza appagamento, in un inesauribile stupore.

Tremavano le mani, le ginocchia, la vista sotto il cielo turchino. Temevo di farmela scappare: cosa ci faceva quella farfalla tropicale in quel posto? Non me lo stetti a chiedere due volte e la catturai con un colpo di retino tanto forte quanto preciso.

Corsi come un folle incespicando nelle ciabatte fino alla piazzola dove era piantata la mia tenda marrone, proprio accanto al camper. Credetti di urlare e invece uscì fuori un filo di voce tremante: “Il Danaide!”. “Mamma”. “Babbo”. “Guardate”. “Il Danaide!”. Nessuno intorno capiva, come sempre accade di fronte alle sensazioni più forti, e nessuno infatti avrebbe potuto capire. Ero come cieco per le lacrime di gioia. Accecato dallo stupore e dalla meraviglia di quest’inattesa rivelazione. Perché la gioia erompe libera e sincera quand’è inattesa e casuale, oltre che da lungo tempo desiderata. Le più grandi delusioni nella vita le ho avute quando, con calcolo e progetto, dopo lungo tempo e con pazienza, ho raggiunto obiettivi fissati. Certo avrei anche potuto non raggiungerli, ma quanta nobiltà allora ci sarebbe stata nella sconfitta: dispensa più emozione delle vittorie micragnosamente progettate e infine, quando raggiunte, conformi a un desiderio che s’è logorato nell’attesa, del quale resta a mala pena il guscio vuoto.

La farfalla invece splendeva aranciata nella rete di tulle verde penicillina. Lei era un’epifania gratuita. Trasecolai quando, tornato nello stesso luogo, ne vidi molte altre, appese ai fili d’erba, stremate dal lungo volo. Vibrava in me una nota armonica dello stesso caldo tono di quelle ali, di quel corpo. Con pazienza mio padre, che pure m’assecondava nell’interesse entomologico e qualcosa aveva letto anche lui in merito a queste farfalle migratrici, stette ad ascoltare. Così capì e insieme ricostruimmo l’accaduto.

S’erano perse. Quei Danaidi avevano perso la strada a causa dei temporali e del vento dei giorni precedenti, quando piovve sabbia (lo ricordo bene, lasciò gore chiare sul telo marrone della tenda). Avevano perso la rotta mentre veleggiavano in sciami compatti a oltre cinquemila metri sopra il Sahara. Invece di giungere a Capo Verde o in altre località simili si trovarono sospinte troppo a Nord dallo scirocco o dal libeccio. Non era neppure la prima volta che ciò accadeva, come scoprii anni dopo. Ma a quel punto l’emozione era stata già da tempo addomesticata dalla ragione.

Una punta di delusione ferì infatti allora quello che era stato fino a quel momento un certo personale orgoglio. L’orgoglio del cacciatore di sogni, di chi sa o s’illude d’essere privilegiato nella scoperta e che poi è costretto a constatare che insomma, tanta meraviglia non era poi così giustificata. Anzi, addirittura il Danaide pare si sia nel frattempo, col riscaldamento globale, addirittura acclimatato in Sicilia, alla Foce del Belice, dove ho avuto molti anni dopo la fortuna di rivederlo. Divenuto ufficialmente parte dell’entomofauna italiana, assieme a molte altre specie alloctone importate col commercio globale, per certo s’è fatto stanziale in Sardegna dove, all’Isola della Maddalena, ha attecchito una numerosa colonia. Pochi giorni fa infine mi hanno detto che la scorsa estate è stato osservato più volte sul litorale livornese, evidente segno che i tempi e il clima sono davvero molto cambiati in un arco di tempo assai ristretto.

I suoi bruchi variopinti e velenosi, elegantemente cornicolati, rodono anche adesso, in questo stesso istante in cui sto scrivendo, le foglie amare delle asclepiadacee su qualche pendio esposto a sud dell’Egitto o della Penisola Arabica. Si potrebbe dire che la vita è un continuo sterminio dei sogni da parte della ragione, oppure che il senso è tutto nel ricordare certi schemi archetipici – siano essi le antenne di un licenide, il torace maculato di un Danaide, le spire di una conchiglia, il margine lobato di una foglia, una pietra, un francobollo, una moneta, un nome – farli rivivere dentro di noi evocando l’emozione.

L’occhio non può captare ogni punto, anche il più piccolo e laterale: nel quadro d’insieme, per fortuna, più di un dettaglio resta fuori fuoco, lasciando spazio all’impensato.


Tommaso Lisa è nato nel 1977 a Firenze, dove vive e lavora. Appassionato entomologo, nel 2001 ha pubblicato per l’associazione francese “r.a.r.e.” il catalogo ragionato sui Cicindelidi della regione del Mediterraneo. È dottore di ricerca in Lettere. I suoi studi di estetica si sono concentrati sulla “poetica dell’oggetto” del filosofo Luciano Anceschi, nella poesia italiana nella seconda metà del Novecento, da Montale alla nuova avanguardia. Ha scritto libri di critica letteraria su Edoardo Sanguineti e Valerio Magrelli. È autore di Memorie dal sottobosco, Exorma 2021.


Le foto che accompagnano il racconto sono di Mario Ioppolo che le accompagna con questo breve aneddoto: 28 ottobre 2019, nel mio terreno alla piana di Catania (contrada Portiere Stella, comune di Belpasso, 30 metri sul mare). Solitamente una volta l’anno tra settembre e ottobre passava a deporre qualche femmina attratta dai miei Gomphocarpus fioriti (probabilmente gli unici in zona perché sono circondato da ettari di agrumeti). Una sola femmina qualche anno fa (riconoscibile per un’ala danneggiata) ha continuato a visitare per circa una settimana il mio terreno deponendone in tutto un centinaio. Aveva cercato anche di entrare nella serra dove ci stavano altri Gomphocarpus”. 

 


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