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Rubrica: Entomologia raccontata a cura di Tommaso Lisa: Tre Charaxes jasius

Rubrica: L’entomologia raccontata: secondo numero

Tre Charaxes jasius*

Un giorno d’estate molto caldo, appena trascorso ferragosto, un uomo con spalle forti e riccioli neri approfittò delle ferie per andare a cercare farfalle a poca distanza dal Cinquale, in Versilia, dove aveva portato la famiglia in villeggiatura. Aveva poco più di quarant’anni, era sposato e in gioventù si era dedicato all’entomologia, ma da anni non vedeva più quella farfalla che gli autori inglesi e francesi chiamano “pascià a due code” e il cui nome scientifico è Charaxes jasius.

S’incamminò per un sentiero assolato tra la macchia mediterranea fitta di corbezzoli. Fu un’emozione, lungo la striscia di polvere ocra, scorgere la sua grossa ombra trascorrere al suolo. Facendo schermo con una mano per parare il riverbero dorato dei raggi del sole osservò il lepidottero dalle quattro code librarsi nell’azzurro e planare possente, tornando in larghi giri a posarsi più volte su una fronda di castagno. L’uomo stette molto tempo ad ammirare il portamento dell’insetto e i colori delle superfici alari. La parte superiore era di un nero vellutato, ornato d’arancio acceso; le ali posteriori presentavano poi un contorno di gocce cerulee, simile a una corona. La superficie inferiore invece era screziata di linee interrotte di bianco avorio, verde, giallo Napoli, rosa. Nessun artefatto umano avrebbe potuto uguagliare tanta grazia.

Il frinire delle cicale era assordante. Poiché aveva portato con sé la rete, l’uomo provò a catturare la farfalla e dopo svariati tentativi vi riuscì. Le grosse ali spesse frusciavano nella tarlatana verde. Meditò a lungo se tenerla, ma si persuase che nulla di tutto ciò che stava vivendo, di quel volo e di quell’aria rovente e odorosa di resina sarebbe potuto entrare nella lucida teca di cristallo in cui sarebbe finita, uccisa e preparata con cura, in un appartamento qualsiasi.

La osservò ancora. Fece quindi scivolare la mano imperlata di sudore dentro al retino. La farfalla parve gradire molto quell’umore salmastro. Era felice e fiero al contempo di dare col proprio corpo nutrimento a quell’esemplare. S’illuse potesse essere qualcosa di simile a un gesto d’amore. La fece sortire con cautela dalla rete. I due rimasero così, vibrando assorti in un dialogo muto, interspecifico, un incrocio siderale di sguardi e di bisogni. Di desideri.

Poi la Charaxes spiccò un balzo in alto, attorta come una fiamma, e scomparve.

II

Poco distante sorgeva una pineta d’alto fusto. Il sottobosco, popolato in autunno di funghi buoni, mute di cani e cacciatori, era quasi impenetrabile, reso pungente dai folti ginepri. Tra la terra rossa si scorgevano le tracce di tassi e porcospini sopra smottamenti del suolo che sembravano sottili sentieri ma non erano. Potevi imboccarne uno ascendente e non trovarti poi da nessuna parte, perso nella macchia, quasi senza scampo. In alto, verso il cocuzzolo, crescevano invece i castagni.

Per raggiungere il luogo propizio bisognava mettere a rischio la sicurezza della propria autovettura: la strada, tante erano le buche, sembrava essere stata bombardata e nei brevi tratti asfaltati s’aprivano voragini ancora più insidiose dello sterrato. Dopo di che una sbarra di metallo dipinta di rosso impediva di proseguire, se non a piedi. Dopo un paio di ripidi tornanti, il tratturo sfondava su un rudimentale cancello rugginoso rafforzato ai lati da rete elettrosaldata. Al di là si estendevano i terreni di un’azienda agricola, solcati da vigneti e punteggiati di fichi, un autentico paradiso per le “ninfe del corbezzolo”, amanti delle sostanze zuccherine secrete dai frutti maturi.

Ai bordi del percorso i corbezzoli sempreverdi erano cresciuti fino a raggiungere le sembianze di alberelli graziosi dal tronco squamoso. Le loro fronde ramificate arrivavano a farsi lambire dalla mano del viandante. Per trovare uova e bruchi occorreva ispezionarli uno a uno, partendo dalle cime arrossate, ritte eppure flessibili. C’era almeno il vantaggio di non doversi addentrare del terreno franoso cosparso di rovi striscianti.

L’afa era a volte insopportabile, acuita dal riverbero del sole sul tratturo impolverato. Le cicale erano talmente numerose che il loro canto diventava assordante: passeggiando si levavano in volo dai cespugli e bastava agitare il retino in aria per catturarne qualcuna. All’orizzonte il mare baluginava in scaglie azzurre. D’altronde la farfalla, d’origini africane, voleva volare proprio nel caldo torrido. Le uova venivano deposte una per volta sulla superficie superiore delle foglie verde scuro, nei luoghi più infuocati. Anche i bruchi non rifuggivano dal sole abbacinante, andando a scalare i rami, issandosi verso le vette, nei luoghi più prossimi al cilestrino smaltato del cielo estivo. Per scovarli toccava spigolare ogni arbusto. L’operazione, se non portava in breve tempo a qualche risultato, diventava frustrante.

Eppure era l’unico modo per allevarla e osservarne l’intero ciclo di sviluppo. Ogni tanto planavano dalle cime dei castagni o dei cespugli grandi femmine tigrate, con la fascia chiara ben visibile. Da principio sembravano immobili nell’aria, librandosi senza peso. Ti saresti chiesto dov’era attaccato il filo, quale fosse il ramo cui erano appese. Ma sopra vedevi solo il cielo sconfinato e senza nuvole. Poi, con un cambio repentino del battito d’ali, iniziavano a sfarfallare tra le fronde dentellate dell’arbusto. Sceglievano con cura il luogo dove deporre l’unica sferetta gialla, che coi giorni si sarebbe scurita fino a sembrare un poco ammaccata nelle screziature arancio, come le corrosioni che hanno le foglie mature. Nell’arco di una settimana sarebbe nato il bruco che, appena venuto alla luce, avrebbe mangiato il nutriente guscio.

La farfalla si posò senza esitazione sugli aculei di una castagna verde. Come altri membri della famiglia dei Ninfalidi, in particolare le Apature, era relativamente comune e diffusa ma difficile da osservare a causa del suo comportamento: volatrice instancabile e territoriale tanto da scacciare gli altri lepidotteri dalla sua zona di volo, prediligendo come dimora le cime degli alberi. Vista da terra la sua sagoma scura appariva grande da poter essere scambiata per un uccello.

Dopo essersi nuovamente involata ed aver compiuto tre giri completi intorno all’albero s’era messa ad ali chiuse sul tronco spoglio d’un corbezzolo. I rami verdi e grigi che si dipartivano dal fusto creavano una scansione di intervalli regolari. Da lontano era come un puntino che si vedeva e non si vedeva.

III

Lui la osservava a lungo. La vita di villeggiatura lasciava il tempo necessario per compiere queste operazioni almeno due volte a settimana. Andava in quel luogo, il Monte Pepe, accompagnato talvolta da un entomologo più anziano ed esperto di lui che lo guidava ad esercitare l’occhio nei sopraffini esercizi di paziente osservazione naturalistica.

Le passeggiate erano allietate dai racconti entomologici. Era bello fuggire la monotona vita dei bagni per cogliere qualche mora selvatica tra i rovi. I semi restavano tra i denti per parecchio tempo, talvolta anche fino al tuffo in mare che verso mezzogiorno si concedeva regolarmente per tonificare il corpo e la mente. Le insipide bacche rosse del corbezzolo non erano invece ancora giunte a maturazione.

Mentre i vacanzieri affollavano gli stabilimenti in una routine tanto esclusiva quanto irritante, si godeva quelle ore di pace solitaria ascendendo per il sentiero. I bruchi, di un bel verde fosforescente, si mimetizzavano ancora meglio delle uova. La testa, bruna, sembrava un’ingombrante maschera voodoo, ovale e con quattro corni, tanti quante le code che poi sarebbero sorte sulle ali posteriori delle farfalle. In molti insetti infatti, per un bizzarro e ricorrente fenomeno non era infrequente che le larve presentassero, dislocate in altre parti del corpo, caratteristiche morfologiche tipiche dell’esemplare adulto. Sulla parte posteriore del bruco si ergevano invece, infidi, due tubercoli rossicci. Tali stratagemmi mimetici li facevano confondere alla perfezione con le venature e i rami. A ogni muta i “diavoletti”, come avrebbe avuto modo di constatare di persona nel corso dell’allevamento, gettavano a terra la maschera, nient’altro che la spoglia di cui si erano appena liberati, simile ad un archetipico guscio cavo.

Ahi!”, fece ad un tratto, sporgendosi oltre il margine del sentiero cosparso di aghi di pino per afferrare il ramo sul quale gli era parso di vedere un bruco. Un rovo gli si era avviluppato alla caviglia nell’istante in cui sfrecciò, con un baleno nero e rosso una vanessa. La riconobbe subito come l’atalanta che – si stupì della coincidenza – guarda caso proprio di Iasio era la figlia.

Quando era in compagnia di Giuseppe, biologo da poco andato in pensione, le storie che si raccontavano avevano tutte per protagonisti gli insetti, citati con la corretta denominazione binomiale linneana. Alle confidenze quasi intime sulle trappole a terra – che comportavano l’enumerazione salmodiante di specie di carabi – e le spedizioni nell’Africa subsahariana per trovare le altre specie di Charaxes, i nomi propri delle persone venivano invece omessi, limitandosi genericamente a “un mio amico”, “un conoscente”.

C’era uno, quando ero più giovane, con la passione per i Carabus, ma anche per i Cerambici, le Cetonie e i Buprestidi. I coleotteri più splendenti insomma”.

Mi ricorda uno scrittore tedesco... Deve esserci un tratto stereotipato del carattere che spinge l’attenzione dei collezionisti verso tali famiglie appariscenti”.

Sai che un tizio amico mio ha aperto una piantagione di Moringa, l’albero della vita. In Mali, dove c’è stato da poco il colpo di stato. Son posti in cui è pericoloso andare. Io non mi fiderei. Però la notte se accendi una lampada davanti a un telo bianco le falene vengono a sciami. In una sola notte puoi trovare anche trenta specie di Saturnidi. Enormi. Bellissimi”.

Sarebbe bello andarci”.

Eh. Già! Andare in Africa: Là c’è la Charaxes castor che è la più grande di tutte. La superfice alare inferiore è simile a quella dello jasius ma sopra è nera a macchie bianche. Hai idea di quante specie esistano al mondo nel Genere Charaxes? Io credo circa duecento…”.

Più o meno. Ma sai che fa bene a tutto, il Moringa. Il frutto intendo. Seccato. Lo metti un po’ nello yogurt. Io lo faccio ogni mattina. La mia vita è migliorata”.

Eccola! Eccone un’altra in volo. Guarda… Quanto è bella!”.

Per forma e colore queste farfalle sono tra le più ambite dai collezionisti.

Il silenzio che pervadeva tutti gli anfratti del luogo era turbato ogni tanto dalla lontana eco di un treno. In basso, lungo la costa i convogli sferragliavano sulla linea parallela all’autostrada, attraversando zone densamente abitate, fitte di villette costruite di recente senza alcun piano regolatore.

Si scambiavano poche parole a bassa voce e con lunghe pause poiché non c’era nessuno scopo da raggiungere se non il solo piacere di stare in compagnia. Avevano entrambi un barattolo capiente dove riporre i rami con le uova o i bruchi, alcune bustine di carta dove custodire farfalle (non ne usarono neppure una) e un’inspiegabile passione che li spingeva, entrambi d’età più che matura, a stare con il naso in su, ad osservare, quasi che la vita li avesse stancati di tutto il resto, dei successi come degli insuccessi, degli affari e delle sfide, ma non dell’infantile, stupefatto osservare il volo di quel ninfalide.

Con gioia si mostrarono ai loro occhi anche molti Podalirio dalle code smisuratamente lunghe, simili ad aquiloni. Volavano nervosamente in alto, fino ad abbassarsi sui cespugli di rovo, da soli o a coppie. Capitava poi, piuttosto di frequente, anche il Macaone. Erano esemplari intonsi, appena schiusi, di un magnifico color panna e i due pomi rossi come albatrelle.

La marina brillava all’orizzonte. Giuseppe vestiva pantaloni lunghi e un giubbotto grigio da cacciatore sopra una camicia a quadri a maniche corte, senza patire il caldo. Indicò la vicina vetta del monte le cui pendici erano ricoperte di corbezzolo e macchia mediterranea, prima di cedere il posto ai castagni.

“Guarda là.”

“Eh, sai quante migliaia di Charaxes, di uova, di bruchi… La natura è più grande di quanto non si pensi abitando in città, nelle zone densamente abitate…”

Sapeva che sarebbe bastato un incendio doloso, come era accaduto nelle vicinanze proprio pochi anni prima, per cancellare tutta quella moltitudine. Tuttavia anche il rogo avrebbe fatto parte del disegno e la natura si sarebbe, col tempo, rigenerata ugualmente.

Le crisalidi comunque, quelle, anche lui in numerosi anni di ricerche non le aveva mai trovate. Dovevano stare appese tra i rami più alti, letteralmente irraggiungibili da chiunque non fosse un uccello o una vespa. Erano d’un colore marezzato e cangiante, impossibili da riconoscere sullo sfondo delle foglie lanceolate.

Inutile scrutare socchiudendo gli occhi: nulla, non si vedeva proprio nulla là in alto, in controluce, in fondo al nero di ombre increspate dalle frasche.


Tommaso Lisa è nato nel 1977 a Firenze, dove vive e lavora. Appassionato entomologo, nel 2001 ha pubblicato per l’associazione francese “r.a.r.e.” il catalogo ragionato sui Cicindelidi della regione del Mediterraneo. È dottore di ricerca in Lettere. I suoi studi di estetica si sono concentrati sulla “poetica dell’oggetto” del filosofo Luciano Anceschi, nella poesia italiana nella seconda metà del Novecento, da Montale alla nuova avanguardia. Ha scritto libri di critica letteraria su Edoardo Sanguineti e Valerio Magrelli. È autore di Memorie dal sottobosco, Exorma 2021.


*il racconto farà parte del prossimo libro di Tommaso Lisa la cui uscita è prevista nel 2022.

Fotografie di Fabiola Rigoli, Sardegna, Portoscuso, estate 2021


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primo numero di questa rubrica: Il danaide


Una Cicindela | Racconto di Tommaso Lisa

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