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romanzo scritturaSaper valutare il modo migliore di distribuire le informazioni in una narrazione è fondamentale per la tenuta della storia: secondo il professor Peter Brooks (in Reading for the Plot), la costruzione deve suscitare nel lettore il desiderio di andare avanti. Ma la costruzione di un racconto è profondamente diversa da quella di un romanzo: se quello è proteso verso il finale, e andrebbe letto in un’unica sessione, questo è più simile invece al Viaggio dell’eroe di cui parla Joseph Campbell, una struttura in tre atti che preveda un finale in grado di far abbandonare il mondo narrativo senza traumi.

In base alla differenziazione proposta da Šklovskij, Il racconto (erede della novella) termina nel momento in cui si scioglie l’intreccio, spesso basato su un equivoco o una figura retorica, mentre i romanzi hanno sempre una coda che segue lo scioglimento.

Costruire un racconto, quindi, significa avere in mente l’effetto di svelamento con cui concluderlo: come nel Pallone di Donald Barthelme (in Atti innaturali, pratiche innominabili, minimum fax), che rivela nel finale la sua natura metaforica – gonfiata sin dal primo rigo – senza bisogno di aggiungere altro. E come nell’Uomo felice di Jonathan Lethem (in L’inferno comincia dal giardino, minimum fax), anch’esso basato su una metafora (quella della depressione come inferno, così Il pallone era basato sull’oggettivizzazione di una mancanza).

Se la trama deve suscitare il desiderio del lettore, la conclusione del racconto deve sciogliere un nodo, deve riuscire a illuminare l’intera storia di una nuova luce.

Carlotta Susca

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Un racconto non è un romanzo breve