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Il rumore necessario della memoria.
Verso un’essenza ecologica nei versi di Jericho Brown

 di Vincenzo Corraro


Una poesia è un gesto verso casa
Fa richieste oscure che dico mie.

La tradizione del poeta afroamericano Jericho Brown (traduzione e cura di Antonella Francini, Donzelli 2022, pp. 168), è una raccolta di cinquantadue liriche di straordinario impatto emotivo, di durezza e solitudine, di storie estreme di violenza e discriminazione che – nel denunciare il razzismo e le ingiustizie sociali – attraversano il male e lo raccontano sino a definirne, con formidabile stato di grazia, i contorni, la gratuità dell’orrore, la normalizzazione di comportamenti e debolezze che sono una costola della controversa storia degli Stati Uniti d’America.

Poesia di dolore e di rabbia che, in una impostazione volutamente disarticolata e fragile, non si propone di spiegare o di condannare un tema così riprovevole qual è quello del razzismo, quanto piuttosto di mettere in luce – in versi spiazzanti e in una sincopata progressione musicale – le contraddizioni che rimandano ai valori archetipi dell’esistere. La ‘tradizione’ è appunto questa: una storia di assuefazione e di spinta verso la segregazione, la violenza, la vulnerabilità e l’indifferenza che ha finito, col tempo, per essere una triste storia sistemica, strutturale, irredimibile.

Jericho Brown (nato nel 1976 a Shreveport, in Louisiana, gay e afroamericano, Premio Pulitzer nel 2020) ha l’incedere di un antropologo, che scava nel mito e nell’impronta del più remoto contatto col mondo. Ma anche di un aedo che, nel separare il bello e dal narrare crudo, invoca un coinvolgimento emotivo grazie all’orecchiabilità del verso, alla creazione di mondi e paesaggi in cui l’equilibrio formale si identifica con le scarne e stranianti visioni di una tradizione ben identificata. Già nella poesia Ganimede, in apertura della raccolta, Brown individua cause e ragioni di una discriminazione che è nata con l’inganno e il baratto e che ancora al giorno d’oggi mantiene tali connotati, peraltro trasformati in consuetudine dalle subdole logiche del consumismo: “La gente del mio paese crede che/ Non ci faranno del male se ci possono comprare.”

Ma è sempre nella stessa poesia che abbiamo un livellamento tra oppressi e oppressori; in essa tocchiamo con mano le aporie e la falsità della supremazia dei bianchi, lo squallore di una violenza incomprensibile: “E quando il padrone viene/ A prendersi i nostri figli, puzza/ Come gli uomini che hanno stalle/ In Paradiso, quella terra lontana…” Un andamento che sventra il contenuto, lo riduce all’osso e ne evidenza ogni crudeltà sino a renderlo grottesco. Per le affinità sonore del verso e il campionario di immagini non si può non pensare a un altro cantore degli ultimi, Fabrizio De André, che nell’album L’Indiano (1981) ha saputo raccontarci il tema della colonizzazione da una prospettiva inedita, dove la pietas coglie oppressi e oppressori in un lampo vulnerabile e indissolubile, e dove chi soccombe – sia pur marginalizzato o rimosso dalla storia – si lamenta, con disperata ironia, che ha solo meno cose degli oppressi (Quello che non ho), mentre a un Dio a lieto fine non bisogna credere mai. Quel Dio che nella poesia I Microscopi non è poi diverso da quello percepito dall’alunno Brown che a lezione si sforza di vedere le minuscole cose (Irrilevanti come chiunque/ Crescesse in quell’aula/ Di scienze) sul vetrino del microscopio e constata, riflettendo sulla propria condizione di emarginato, “la poca differenza che Dio vedeva se mi vedeva.”

Eppure la poesia di Brown, per le forme tradizionali proposte (ad esempio il sonetto, la cui brevitas permette accostamenti rapidi di immagini, frammenti di contrappunto e intense parafrasi del tema), per le bellissime linee melodiche tracciate, rotte qua e là da efficacissimi enjambements, è soprattutto poesia di grazia e pacatezza. È jazz; e in certe poesie strascicato e antifonale blues, che è notoriamente malinconico e intensamente personale. Forme che suonano su un riff teso, messo alla corda da poche note e da schegge del parlato e del quotidiano, dall’incastro di relazioni traumatiche, anche familiari, su un palcoscenico dove insistono la rabbia metropolitana e il caos del reale, dove entra la cronaca dei più recenti episodi razziali.

La forza di questa raccolta non si esaurisce nella lettura più immediata, ha bisogno di una lenta ma incessante sedimentazione, non solo per l’originalità prospettica dei temi, quanto soprattutto per la costruzione sintattica di un immaginario che apre a un margine creativo inaspettato. Brown esprime la propria finitudine e quella della propria gente non come fonte di ansia o disperazione (a parte alcune poesie in cui viene declamato l’orgoglio nero), ma per mostrarci, a più livelli, una vulnerabilità che sostituisce al delirio la bellezza, alla sconfitta la rigenerazione, all’Eden violato giardini e vialetti che si riempiono di colore, di alberi e di “fiori timidi come i loro figli”.

In questa cornice è viva la constatazione che ripensare la libertà non sia possibile senza l’attraversamento di conflitti profondi, dove a volere emergere è un progetto di tregua e di essenza ecologica: materia biologica, coscienza, cognizione affettiva, sentimento del paesaggio (e del ritorno) che, rielaborando o rigettando il trauma, si muovono in perfetta simbiosi tra il sé e le parti – ancora salve – della terra. È su di esse che il vigile passo della Memoria diventa l’unico rumore necessario. In questa tregua o Sosta, come la chiama Brown nell’omonima lirica, la luce del sublime entra preponderante e indifferente: è un corpo, per sincretismo, che non è stato ancora ‘sparato’, ‘mai accoltellato’, ‘un essere intero’ pronto alla comprensione, a legare insieme passato e presente, colpa e redenzione. L’esigenza emotiva nascosta dentro la sua poesia, così scabra ed essenziale, così priva di fronzoli, è tesa sempre verso un intimo e consapevole viaggio verso casa, in cui i frammenti mnestici si aggrovigliano attorno a dei punti di gravità che il poeta non può sottacere, rivelandocene tutta la strabordante delicatezza o nostalgia. “La pioggia leggera picchia piano ma lascia il segno/ Come il suono d’una madre che piange ancora. Una poesia è un gesto verso casa.

Ma la potente voce poetica di Brown sa essere ancora più disarmante e commovente. In una delle ultime poesie (Scuro), con posa ironica, l’inceppo espressivo esprime un movimento di disidentificazione dall’oggetto: Sono stufo della tua tristezza, / Jericho Brown, della tua nerezza…”, che mi ha riportato alla mente una splendida poesia sulla guerra del poeta salentino Vittorio Bodini, la cui opera, parlando di Sud, si fonda proprio sui sentimenti dell’attrazione-avversione. Come in Brown, la voluta ambivalenza di Bodini, “Anche l’odio è una noia…”, diventa amara constatazione, la resa di ogni vocazione.

I contrappunti fulminei di Jericho Brown destrutturano le immagini del mondo, riducono a chiarezza il gorgo di ciascuna ingiustizia, e nell’organizzazione formale la ricerca e l’attribuzione di significato sono necessari per preparare il terreno della concretezza; ma a stupirci non sono tanto tali esplorazioni, peraltro dinamiche e intense, poeticamente superbe, quanto uno spostamento d’accento, la nota graffiata che si allontana, come nel blues, dall’ordine imperturbabile e da un controllo razionale sino a planare su un punto di vista che è sempre nuovo, inesplorato. Così le più intime confessioni – pura disperazione e verticalità di memoria -, diventano l’evoluzione di un processo simbolico ed estetico che può esplodere nelle più diverse e struggenti fioriture: “Perché io cerco d’essere un suono, qualcosa/ Che ricorderete/ Quando avrete vissuto tanto da non credere al paradiso.


Per concessione di casa editrice pubblichiamo due poesie tratte da La tradizione di Jericho Brown, traduzione di Antonella Francini (tutti i diritti riservati)

 

La Tradizione

Aster. Nasturtium. Delphinium. Pensavamo che
Dita nella terra volesse dire terra nostra, nomi
Imparati nella calura, in elementi che i filosofi
Classici dicevano, vi cambieranno. Giglio.
Digitale. L’estate pareva sbocciare contro la volontà
Del sole, che per i notiziari infuocava su questo
Pianeta più di quando i nostri defunti padri
S’asciugavano il sudore sul collo. Cosmos. Fiore della sposa.
Uomini come me e i miei fratelli filmavano cosa
Piantavamo a prova della nostra esistenza prima
Del troppo tardi, avanti col video per vedere boccioli
Sbocciare in secondi, colori che ti aspetti in poesie
Dove finisce il mondo, d’ogni cosa il knock-down.
John Crawford. Eric Garner. Mike Brown.

 

Elenchi impallinati

Non mi sparerò un colpo
Alla testa, e non mi sparerò
Alla schiena, e non m’impiccherò
Col sacco dell’immondizia, e se lo faccio,
Ve lo giuro, non lo farò
In manette in un’auto della polizia
O in prigione nella cella d’una città
Di cui conosco solo il nome
Perché devo passarci in macchina
Per andare a casa. Forse rischio, sì,
Ma ve lo giuro, mi fido più dei vermi
Sotto le assi del pavimento
Di casa a fare quel che devono
A ogni carcassa di quanto mi fidi
D’un agente della legge del paese
Che mi chiuda gli occhi come farebbe
Un uomo di Dio, o mi copra con un telo
Così pulito che mia madre lo userebbe
Per mettermi a letto. Quando m’ucciderò,
Lo farò come tanti americani,
Ve lo giuro: fumo di sigaretta
O un pezzo di carne che mi strozza
O così spiantato da congelarmi
In uno di questi inverni che insistiamo
A chiamare i peggiori. Lo giuro, se sentite
Che sono morto da qualche parte accanto
A uno sbirro, lo sbirro m’ha ucciso. M’ha
Portato via da noi e lasciato lì il mio corpo
Che, non importa cosa ci hanno insegnato,
È più grande dell’indennizzo d’una città


Jericho Brown (all’anagrafe Nelson Demery III), poeta statunitense fra i più rilevanti e apprezzati della sua generazione, è nato a Shreveport (Louisiana) nel 1976. Al suo primo libro, Please (New Issue Press, 2008), è andato l’American Book Award; al secondo, The New Testament (Copper Canyon Press, 2014), l’Anisfield-Wolf Book Award. Con The Tradition (Copper Canyon Press, 2019) ha vinto il Premio Pulitzer nel 2020 ed è stato finalista per il National Book Award e il National Book Critics Circle Award. La sua scrittura ha ricevuto numerosi altri riconoscimenti, inclusa una residenza alla Fondazione Civitella Ranieri, in Umbria, nel 2015. È professore alla Emory University ad Atlanta, dove dirige il programma di scrittura creativa. 

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