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CIÒ CHE IL MONDO SEPARA
Francesca Matteoni
Marcos Y Marcos 2021

Stava, un giorno, una ragazza in una torre.
La torre si spellava il bosco di dosso,
impediva la vista alla luna.
La torre era d’osso e cemento
e qualcosa come il rimorso.
Nella torre non c’era l’inferno
non c’era l’estate, l’inverno
non c’era l’ingresso o l’uscita
non c’era la morte o la vita
c’era un vago rumore di passi
di stomaci tesi.
E una livida stella sul petto.

intervista per ZEST a cura di Francesca D’Isa, direttore editoriale de L’Indiscreto, giornalista e scrittore

FD: Non sono un esperto di poesia, ma quando ne leggo (se mi piace, come nel tuo caso) la divido principalmente in due filoni: quella che con estrema sintesi mi spara un concetto come un proiettile di diamante nel cervello (qua metterei Montale e Ungaretti) e quella di cui non capisco assolutamente nulla, ma che crea come un ambiente, un luogo misterioso, una foresta in cui mi perdo tra pericoli e meraviglia – e qua ci metto Rilke, Blake e infine te. Ti ritrovi in questa definizione?

Sì, mi ci riconosco. Forse perché nella mia poesia fluisce un linguaggio simbolico e personale che vengo costruendo dall’infanzia. Nella poesia il linguaggio si concentra, ogni parola ha un ruolo insostituibile, ogni parola forma un paesaggio. Che tipo di paesaggio stanno abitando le mie parole? Dove sono? Dove iniziano le cose che non sappiamo esprimere? Allora, ecco, sento per prima la necessità di affidarmi alla lingua come a una sorta di amuleto che contiene molto più di quanto io conosco, ma che non si allontana affatto dalla realtà, semmai mi ci immerge fino a farmi perdere. Questo luogo misterioso di cui parli è per me la dimensione spaziale che vince su quella temporale: i luoghi, il mondo conosciuto, evocato, sognato, ha il potere di annullare il tempo come normalmente lo pensiamo, portando in contatto stagioni diverse del vissuto e anche avvicinandoci alle altre persone, siano animali, vegetali o minerali. Io uso molto spesso il linguaggio della fiaba, anche se stravolto e rielaborato e lasciato in sospeso nella parte finale – così per esempio, in Orso Polare, uno dei testi più antichi di questo libro, ma anche uno di quelli a cui resto più legata, elementi della fiaba norvegese originale, A est del sole a ovest della luna, si mescolano alla visione di un orso nel suo habitat naturale e infine la mutazione magica da orso a umano è abbandonata in favore di un’adesione all’animale nordico. Tutto questo filtrato da elementi domestici e infantili: orsi di pezza, cucine nella luce autunnale.

La poesia come genere regge, ma come e più della letteratura fa fatica. Eppure viviamo una contemporaneità che sembra privilegiare i messaggi sintetici, veloci, immediati – penso ai social ad esempio. Per me la lettura di una poesia, a differenza di un romanzo, è come osservare un’opera d’arte visiva, perché per via della brevità la colgo nella sua interezza con un solo sguardo. Eppure per capirla devo rileggerla, così come per apprezzare un’opera d’arte devo contemplare il quadro. Potrei dire che la poesia è da una parte avvantaggiata e dall’altra svantaggiata, proprio perché abbiamo una decresciuta capacità di contemplazione. Tu che dici?

La poesia è molto più prossima all’arte visiva che non alla narrativa. Intanto viene installata sulla pagina, dove lo spazio bianco parla tanto quando quello scritto. E poi raramente descrive, semmai evoca, sia che abbia una forma più classica in versi, sia che diventi prosa. La poesia non è un essere vincente: raccoglie tracce, voci, quelle che faticano a farsi sentire nella storia quotidiana e perfino nella storia con la maiuscola. Quindi di essere un’arte in perdita alla fine non soffre molto: è così che resiste, non si fa abbindolare dalle mode, anche se ovviamente muta a seconda dei contesti e dei mezzi usati. In questo suo adattarsi è molto ecologica: usa quello che c’è. Per questo penso che sia indicativo la nascita di una certa poesia su instagram o altri social, dove l’elemento della brevità, talvolta associato a un disegno o un’immagine, è predominante e anche il senso immediato. Credo anche io tuttavia che la dimensione poetica abbia principalmente una natura contemplativa: i libri di poesia sono certo brevi rispetto a molta narrativa, eppure hanno bisogno di un maggior tempo metabolico direi, hanno bisogno di essere osservati in tutte le loro parti. Come si abita una poesia? Mi viene in mente un’immagine dall’esperienza. Quando salgo nel mio paese di montagna, ci sono dei luoghi dove mi devo assolutamente recare. Non sono necessariamente boschivi, spesso sono, un ibrido fra costruzioni umani e alberi e prato, proprio come è la natura: una continua contaminazione dei viventi. Sono luoghi, inoltre, dove i tempi della mia vita si incontrano. Cosa faccio quando arrivo là? Di solito mi porto un libro, il quaderno, le penne… ma per diversi minuti di solito resto in silenzio, guardo, mi lascio ascoltare il paesaggio. Ecco, così avviene con la poesia largamente intesa, bisogna arrendersi alla sua presenza, finché qualcosa in noi risponde. 

L’amore. Alcune delle tue poesie trattano di amore, anche fisico. Mi hanno quasi messo a disagio, erano femminilmente avvolgenti, sagge ma profondamente tristi, un po’, va da sé, come certi amori. Una domanda un po’ invadente in merito ti tocca, d’altra parte la poesia è quanto di più personale esista, no?

Sì, l’amore è un tema ricorrente in questo libro. Amore per il luogo, amore per l’altro umano, amore per i perduti, amore per un compagno perduto. La separazione del titolo è il prezzo di questo amore, perché nel percorso vitale ci troviamo spesso separati, per i motivi più diversi, da coloro che amiamo, come dalla nostra infanzia che tuttavia ritorna. Ciò che il mondo separa in una sezione specifica del libro (c’era donato un tempo), ma anche altrove vuol rendere giustizia di certi amori che tornano senza radicarsi mai a lungo nella realtà. Forse di certe ombre che dobbiamo attraversare. La ferita resta lì, non diminuisce la sua intensità però trova compagni nel paesaggio, negli animali soprattutto, nella tenacia della salvezza che può arrivare soltanto accettando tutto, perfino il passaggio nel dolore. 

Quando ti leggevo mi sembrava di leggere della poesia inglese, come se la tua metrica e poetica si adattasse più a questa lingua che alla nostra. So che è una lingua che ti è cara, ma potrebbe essere una mia allucinazione. Che ne pensi?

Molto bello quello che mi dici! Non penso sia un’allucinazione, perché ne ho letta davvero tanta di poesia in lingua inglese. Mi piace pensare che questa tua idea si congiunga a un qualche altrove in cui vanno ad abitare i versi, ritmicamente prima che a livello di significato. Nella poesia anglofona ho spesso trovato temi che mi sono cari, il rapporto con la dimensione animale e naturale, il magico, il fiabesco. Mi sono laureata con una tesi in storia delle religioni, ma sul poeta William Butler Yeats, che si nutriva di leggende e tradizioni irlandesi, riscrivendole nei luoghi: da una brughiera che finisce sul mare a una torre desolata, alle strade di Londra. Ho letto poi molta poesia dove permane questa dimensione simbolica e mitologica, penso a Ted Hughes, ma anche a Sylvia Plath, e poi la forza allegorica di Elizabeth Bishop nel disegnare mappe e geografie di esperienze umane dentro il paesaggio, qualsiasi esso sia. Ultimamente ho tradotto per mia passione Mary Oliver, una poetessa molto nota negli Stati Uniti*, deceduta pochi anni fa, che scriveva nello stesso modo in cui camminava nei prati e negli acquitrini o in riva al mare.

La natura e gli animali sono sempre centrali nella tua opera, e ti conosco come una impegnata ecologista. Qual è il rapporto tra ecologia e poesia nel tuo lavoro?

Penso che l’ecologia stia, prima che nel tema, nell’attitudine. Un’attitudine ecologica della scrittura, indipendentemente dall’argomento, perché quando il programma è più forte del testo, di solito non si resta a lungo. Una poesia non è ecologica perché parla di alberi; una poesia può trattare di qualsiasi cosa, dal bitume alle antenne trasmittenti, è ecologica nelle relazioni che stabilisce e in come, eventualmente, è capace di ristabilire o inventare (e perfino minare) gli equilibri. Gli animali diventano centrali, ma sono spesso mescolati alla forma umana, in una frattura e in tentativo di recuperare una lingua comune. La spiegazione più autentica è che da bambina volevo fare la veterinaria, poi l’esploratrice – ho finito con lo scrivere poesie come cura per ciò che amo.


* Francesca Matteoni ha tradotto alcune  poesie di Mary Oliver  in questo numero della nostra rivista Tellus


Francesca Matteoni è autrice di vari libri di poesia fra cui Artico (Crocetti 2005), Tam Lin e altre poesie (Transeuropa 2010), Acquabuia (Aragno 2014) e del romanzo Tutti gli altri (Tunué 2014). Ha all’attivo pubblicazioni accademiche in italiano e inglese, tra cui: Il famiglio della strega. Sangue e stregoneria nell’Inghilterra moderna (Aras 2014). Insieme ad Azzurra D’Agostino ha curato l’antologia Un ponte gettato sul mare. Un’esperienza di poesia nei centri psichiatrici (Perda Sonadora Imprentas 2016), nata da un lavoro svolto in Sardegna. Le sue ultime pubblicazioni sono il saggio Dal Matto al Mondo. Viaggio poetico nei tarocchi (effequ 2019); il libro di poesia Libro di Hor con immagini di Ginevra Ballati (Vydia 2019) e un saggio sulle piante sacre nel volume La scommessa psichedelica (Quodlibet 2020) a cura di Federico Di Vita. Collabora alle riviste online «L’indiscreto», «Kobo» e «Nazione Indiana», di cui è redattrice, dove scrive di letteratura, ecologia, fiabe, tradizioni magiche.


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Ciò che il mondo separa – intervista a Francesca Matteoni a cura di Francesco D’Isa