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Guardare «dove non siamo». La danza degli aironi di Matteo Meloni

di Gabriele Belletti

Questa prima opera poetica di Matteo Meloni, La danza degli aironi (in XV Quaderno di poesia contemporanea, Marcos y Marcos, 2021), è la cronistoria di uno sguardo che espone gradatamente la sua natura e le sue intenzioni, prima fra tutte quella di lasciare essere ciò che vede, riportarlo dove e come è, anche per farsi necessaria testimonianza (Sono ricordi di pietra le borgate). Con precisione terminologica («timidezza delle chiome», Ritorneremo dopo lo strappo), nei versi della raccolta affiora un paesaggio (ri)popolato da tutto ciò che uomo non è («Da queste malghe non passa più nessuno. // Il ginepro è cresciuto negli anfratti, / le betulle si sporgono / dalle vecchie finestre», Da queste malghe non passa più nessuno) senza tuttavia essere contrastivo rispetto alla forma umana, né tantomeno misantropico. Esso viene anzi colto nell’attesa di un possibile incontro, di un momento più o meno «propizio» («Cos’ha in comune con noi questa frangia di Alpi / capovolta che ci aspetta da sempre?», Cos’ha in comune con noi questa frangia di Alpi) che potrebbe persino verificare uno stesso lignaggio («Chissà che dall’arenaria compatta / non possa un reduce venire alla luce, / tagliare una via / tra le falde, urtare / il tiepido sonno della foresta», Peira Eicrita) e uno sguardo reciproco («Un tempo nelle valli gli antenati / affilavano la pietra» / «Queste pietre hanno visto il furore / di una madre», Litolatrie I.).

Le presenze silvane sono osservate e si mostrano come protagoniste di un medesimo regno vivace e brulicante – di uno stesso «teatro naturale» (G. Neri) – dove si affacciano, non di rado, temporalità comuni («Ritorneremo dopo lo strappo / più verdi più forti di prima», Ritorneremo dopo lo strappo) e stratificazioni interagenti («Danzavano stanotte gli occhi del bosco, / luccicavano l’aria. // Sotto la calma del muschio le radici / annodavano intrecci, / premevano / verso il fondo della terra», Danzavano stanotte gli occhi del bosco). La voce che canta, però, non è meramente catalogatrice. Si tratta di un fiato gremito di affezione per l’altro da sé, che adotta un camouflage poetico imprescindibile per restituire al lettore la vita di questi “loro” («Ho seguito per mesi la vita / silenziosa degli alberi, / la parabola del ramo, / la foglia in quest’aria di pace / e dissonante nei viali / la maestà delle forme più semplici», Ho seguito per mesi la vita), sospinto da un desiderio di cogliere un discorso co-abitativo che palesi, gradualmente, un estensibile “noi”.

La forma poesia si fa così strumento per dipanare un tale discorso. Da postazioni e tempi distanti («Stamattina passando il paese / hanno violato discrete / mentre noi dormivamo / la segretezza dei tigli», Arrivano dall’Africa le anatre; «È il palcoscenico della caccia», Hanno preso le cime dei cedri) essa rivela un brulicante “loro” in divenire. Le personalità naturali – vegetali (lecci, abeti, olmi, castagni, oleandri, querce, tigli, noci, cedri) e animali, soprattutto volatili (gazze, balestrucci, cardellini, merli, aironi, cicogne) – si coagulano in popolazioni (Al mattino la collina è un’orchestra) di un panorama mutevole e scorto da diverse angolazioni («Anche il ruscello può essere sentiero / nell’intrico della boscaglia», Anche il ruscello può essere sentiero). Partendo da una posizione esterna alle biografie di questi altri, l’autore disvela, con attenzione e pazienza, ciò che registra nell’aperto, e anche il modo in cui questa accurata registrazione lo trasporti – letteralmente e letterariamente – a sentirsi parte di esso. È un “lasciare la presa” («anche noi lasciamo la presa / chiudiamo le tende lentamente / smemoriamo. // È l’autunno che sgrava che prepara / la quercia per la neve», Ora che in casa infestano le cimici), uno sciogliersi con l’altro («Dovremo – mi dicevi – imparare / a sciogliere i legami, / alternare di generazione / in generazione gli affetti, mancare / al tempo come le piante // imitare per gioco / la danza degli aironi», Matura sulla buccia della mela), sfociante nella consapevolezza di un comune ed eterno migrare («Migreremo anche noi senza mai arrivare», Che lo sprazzo di sole). Le scene ibride che ne derivano, dove l’umano e il non-umano si compenetrano attraverso un affastellarsi di echi naturali e storici (Balziglia; Seytes), paiono ritrovare l’intento celaniano per cui «il tentativo di riabitare e recuperare la storia deve essere mediato dalla natura» (Ubertowska, 2017).

La poetica di Meloni, per concludere, sembra avere la capacità di modellare la propria forma alle creature e ai luoghi che canta, attraverso una mimesi ecopoetica (Danzavano stanotte gli occhi del bosco), sempre però mitigata – e preservata – dalla consapevolezza dell’essere parte di un tentativo gnoseologico («Proverò a curarti in questa / dissolvenza, a ripiegare / nei minuti le garze umide / sulla resina disciolta, a indovinare / l’auspicio dai rami / il volo franto del beccafico», Spirano basse le nebbie tra i lecci) coadiuvato da una cura indagatrice (Ho seguito per mesi la vita). La coerenza ecologica di questa poesia la si coglie, a conferma di ciò, anche nei suoi inevitabili “passi indietro” rispetto a quel “noi” ritrovato, quando cioè la voce transitante dai territori selvatici a quelli urbani perpetra il tentativo di realizzare il suo sguardo, riempire e visitare con esso i luoghi in cui – Montale? – «non siamo» («Guardo spesso distratto / in città nei giorni luminosi / i picchi alti più tersi // quella pigra goccia / di cielo dove non siamo», Oppone la sua quiete).

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È un altro sole che ritorna

stamattina e un grumo di calore

fa gli alberi irrequieti, spoglia

la città sotto un soprabito di polline.

E non ci sono giardini ma crescono prati

di gramigne tarassaco

margherite, risposte

luminose tra tutto quel verde.

*

A certe altezze qualcosa permane,

un sottofondo un azzurro

identico nonnulla –

parla adesso per loro una maschera di nuvole.

Cercano il riposo

degli alberi, le pazienti praterie.

Nel sonno tra le piume li guida

il petto ampio della terra.


Tutti i diritti riservati.

Ph. credit: Yellow-crowned Heron, plate 336 from Audubon’s The Birds of America

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