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ESTRATTO DA

Una possibilità del linguaggio. Pierre Menard come metodo
di Alfredo Zucchi
Mucchi 2021


Intorno alla definizione del male

Ogni idea, spinta all’estremo, è un pensiero della morte.
D. Kiš

Cominciamo da Bataille.

Dal saggio su Emily Brontë e Cime tempestose che apre La letteratura e il male: il male è legato all’impossibile e alla morte. È legato all’impossibile: siamo già nel dominio della letteratura fantastica – quell’attitudine fondamentale volta a indagare (a esondare) i limiti del reale. La volontà d’impossibile è una sorta di rifiuto dei limiti dentro i quali si svolge, di volta in volta, la vita, all’interno di contesti socio-politico-economici specifici: questo vuol dire che l’orizzonte del male (dell’impossibile) si muove. Vediamo anche come quest’idea si connetta immediatamente a quell’attitudine irriducibile, fanatica, intransigente, kamikaze, dei poeti-nazisti di Bolaño di cui abbiamo scritto nei capitoli finali di “Una possibilità del linguaggio”.

Il male è inoltre legato alla morte; la morte è la verità della vita. Affondare, in letteratura, in questo tema, vuol dire precisamente esercitare l’attitudine che Borges (e poi Kiš) definiscono fantastica o speculativa: andare dritti all’essenziale1. Andare dritti all’essenziale vuol dire maneggiare forme originarie, archetipiche; ma la rincorsa all’origine si mostra presto come un circolo senza inizio né fine: un buco vuoto. Stiamo dunque girando lì dentro: il male si lega essenzialmente al pericolo, al pericolo di cadere nel buco vuoto e non fare più ritorno; cadere cantando nel buco vuoto, si diceva sopra, è il nostro amuleto: la morte è la verità della vita.

Di fatto, il gesto del fanatico – il gesto vanonon è immorale: presuppone al contrario una “ipermorale” nelle parole di Bataille, il quale cita Jacques Blondel: questo gesto è un atto di liberazione; tale liberazione “può essere provata in forma più intensa da coloro nei quali i valori etici sono più tenacemente radicati”2.

In questo quadro, Nietzsche introduce una variabile fondamentale: lo sguardo neutro della conoscenza: il male non è propriamente l’impossibile; la morte, nella visione tragico-dionisiaca, non è la verità della vita ma la sua celebrazione; il nulla stesso, il vuoto stesso, è una festa: questo è il messaggio di Dioniso, e di Zarathustra, al mondo; è un messaggio che Emerson tra gli altri ha già veicolato, che viene da lontano, da una certa attitudine speculativa orientale, per cui ogni ente, e finanche ogni pensiero, è una benedizione come tale, per il fatto stesso di esistere e venire allo scoperto. Ho detto prima dello sguardo neutro: è scorretto. Lo sguardo che si sforza di essere imparziale3come un limite, un traguardo, una forma di rettitudine morale (solo nella spinta verso la conoscenza, secondo Nietzsche, si dà rettitudine morale: è una spinta ad accogliere il conflitto e la lotta indipendentemente dal ritorno utilitaristico, a non negarsi mai, nella conoscenza, quelle conclusioni che fanno male o feriscono o uccidono: la natura non ha intenzioni, è al di là del bene e del male). Se lo sguardo intende non precludersi alcuna conclusione, né soprattutto quelle conclusioni che feriscono (perché: increscunt animi, virescit volnere virtus4: gli animi si fanno più forti, la ferita stessa nutre la vita e la forza e la spinta) allora quell’impossibile che Bataille ha chiamato il male, in Nietzsche diventa il divieto: l’insieme di norme che vietano di volta in volta allo sguardo di affondare in luoghi che sembrano preclusi; precludere normativamente allo sguardo di affondare in orizzonti inesplorati, in Nietzsche, è il peccato mortale, è la bestemmia contro la vita; eppure spesso, quando lo sguardo affonda in quegli abissi, esperisce la morte; ma la morte è la festa della vita. Nitimur in vetitum5, dice Nietzsche, padre degli irriducibili: affondiamo proprio là dove la legge impone di non andare. Si tratta di un circolo – tuttavia la menzione della legge introduce nel nostro discorso il dottor Kafka.

La legge in Kafka è la Legge. Alcuni vedono in questa prosopopea (in questa lettera maiuscola) una forte traccia di ebraismo. Rifiutiamo questa drastica riduzione e proseguiamo.

Io voglio essere libero, dice K. nel Castello mentre va esperendo ogni fenomenologia della costrizione che la Legge gli mette davanti. La Legge è prima di tutto mistero, buco vuoto senza origine; i suoi dettami oscuri: obbedire, non – capire. K. è indomabile nella lotta – fino alla stupidità alienata – eppure non rifiuta la chiamata della Legge con un gesto di rottura eclatante. K. non è un kamikaze, è un digiunatore: la sua lotta contro la Legge è una pratica di estenuazione; è interiorizzata in tutto e per tutto. La lotta si svolge dentro, è l’avventura statica e si gioca sulla lunga distanza: il gesto del martire kamikaze priverebbe il digiunatore delle torture e delle delizie che la Legge – che la lotta stessa – gli somministra poco a poco, rigorosa nella sua imprevedibilità. Si manifesta qui dunque un principio – per quanto masochistico – di mediazione.

Inoltre il male, che abbiamo chiamato impossibile e morte e poi divieto, si manifesta anche come casualità pura, il caso stesso – l’occhio di Klamm. 

Qui, se mettiamo a reagire caso, conoscenza, impossibile, morte e divieto, entriamo nel dominio dell’epistemologia del microscopico. Dice Nietzsche: “definibile è soltanto ciò che non ha storia”6. Secondo il fisico Martin Bojowald7, quest’affermazione ha un valore analogo a quello del principio di indeterminazione di Heisenberg, secondo il quale per ogni misurazione, nel microscopico, è impossibile afferrare esattamente tanto la posizione come la velocità di una particella. È impossibile perché lo sguardo non è neutro. Questa non-neutralità non è un principio astratto, ma molto concreto: l’atto stesso di osservare qualcosa, nel microscopico, muove particelle di luce; questo movimento rende impossibile l’idolo dell’esattezza, perché letteralmente sposta l’oggetto osservato. Di fatto, nel mondo del microscopico, le categorie della verità e della possibilità entrambe – si trasformano, mutano nell’unica categoria che questo mondo ammette: la probabilità.

Non solo le leggi del microscopico (relazionalità, granularità, indeterminismo) trasformano drasticamente i contorni di ciò che fino a poco prima si chiamava mondo, natura e legge; esse trasformano anche quei concetti di cui abbiamo discusso finora in merito al male: l’impossibile diventa meramente improbabile; il confine stesso tra vita e morte è smarginato: il gatto di Schrödinger, in ogni istante, è vivo o morto; se io conoscessi, in un dato sistema chiuso, tutte le variabili in gioco, potrei evitare l’inevitabile – potrei persino invertire la freccia del tempo8.

Se i confini tra vita e morte crollano – al di sotto della soglia di Planck, sotto i 100 nanometri, nel microscopico –; se quelli tra possibile e impossibile, lecito e illecito, crollano: cosa resta di quello che abbiamo chiamato male? La risposta è gloriosa: non ne resta assolutamente niente. Tuttavia qualcosa resta: un continuo, potenzialmente infinito, girarsi intorno delle cose, un continuo susseguirsi di eventi che un occhio si ostina a osservare – senza poter più pretendere di giudicare dal di fuori. Resta dunque un unico buco vuoto – e quell’occhio ci sta dentro, ne fa parte, è una goccia infinitesima nel mare delle parti. Quel buco vuoto però non è mortifero, è puro spazio, è pura probabilità che qualcosa accada.

Di colpo il kamikaze, il folle, il digiunatore perdono quella radicalità che li contraddistingueva: essi semplicemente danzano insieme alle altre cose – una danza i cui passi essi muovono ogni volta sospinti da un ritmo che li precede e li supera.


1 “Nelle mani di un maestro che è in pieno possesso della sua arte e che sa pensare il mondo, ogni realizzazione mette in moto quel meccanismo del pensiero che ci conduce inesorabilmente alle domande essenziali: dov’è il principio? Dov’è la fine?” (D. Kiš, “L’anello di Escher” in Nuova prosa 40, Milano, 2004, p. 26. Traduzione di Massimo Rizzante).
2 G. Bataille, La letteratura e il male, Milano, 2006, p. 22. Traduzione di Andrea Zanzotto.
3 “Knowledge is situated but not less objective”. Cfr. https://www.indiscreto.org/proust-rovelli-la-fisica-del-tempo-perduto/
4 F.W. Nietzsche, Crepuscolo degli idoli, Milano, 1984, p. 23.
5 F.W. Nietzsche, Ecce homo, Milano, 2000, p. 13.
6 F.W. Nietzsche, Genealogia della morale, Milano, 2002, p. 69. Traduzione di Ferruccio Masini.
7 http://www.crapula.it/scienza-e-letteratura-intervista-a-martin-bojowald/
8 Qui si profila un peculiare passaggio di consegne – una tradizione – in tre movimenti, per ora: 1) la forma moderna del fantastico è l’erudizione (Borges); 2) la forma moderna del fantastico è l’archivio (Kiš); 3) la forma moderna del fantastico è la gravitazione quantistica a loop.


ALFREDO ZUCCHI (1983) ha fondato la rivista letteraria digitale «CrapulaClub» (2008-2019), dal 2019 è socio di Wojtek Edizioni.
Ha pubblicato il romanzo La bomba voyeur (Rogas, 2018) e la raccolta di racconti La memoria dell’uguale (Polidoro, 2020), Una possibilità del linguaggio. Pierre Menard come metodo (Mucchi, 2021).

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Intorno alla definizione del male di Alfredo Zucchi – ESTRATTO