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devadasi_armillariaDevadasi | Daniela Bevilacqua
Serva del dio al servizio degli uomini
Armillaria 2016

Da elemento necessario al benessere e alla soddisfazione della divinità nel tempio come alla longevità del sovrano, l’affascinante figura della devadasi – la serva del dio – è divenuta oggi quasi sinonimo di prostituta. La nityasumangali, la donna sempre propizia perché sposa del dio e pertanto non soggetta alla vedovanza, è al centro di una tradizione secolare tanto variegata quanto l’intero Subcontinente indiano. In questo primo contributo italiano integralmente dedicato all’argomento, si ripercorrono origini, storia e sviluppi delle devadasi, ricostruendone l’immagine originale fino alle successive degenerazioni.

Daniela Bevilacqua è indianista e si occupa prevalentemente di tematiche religiose della cultura indiana. Ha conseguito un PhD in “Civiltà, Culture e Società dell’Asia e dell’Africa” presso La Sapienza di Roma e in “Antropologia” presso l’Università Paris X Nanterre. Attualmente fa parte dello Hata Yoga Project della SOAS University di Londra. Di prossima pubblicazione la sua tesi di dottorato per i tipi dell’editore inglese Routledge.


Grazie alla casa editrice Armillaria, potete leggere un bellissimo estratto al link seguente

ESTRATTO DI DEVADASI PER ZEST


INTERVISTA ALL’AUTRICE

La devadasi era detta nityasumangali, ed è uno degli aspetti più importanti della sua figura. Quale era il senso e le implicazioni dell’essere sempre propizia?
Per comprendere il termine dobbiamo ricordare che il ruolo tradizionale della donna in India è quello di moglie e madre, dunque il matrimonio è di fondamentale importanza nella vita di una donna. La donna sposata infatti è definita sumangali, ossia “donna propizia”, condizione che le appartiene finché il marito è in vita. Se diventa vedova, la condizione della donna decade rovinosamente, lasciando posto ad uno stato di disgrazia. Quando in passato le devadasi erano chiamate nityasumangali si voleva sottolineare proprio il fatto che, essendo spose di un dio, non avrebbero mai subito il lutto della sua perdita e, di conseguenza, erano chiamate “donne sempre propizie”. Questa peculiarità le rendeva figure indispensabili per favorire il benessere del regno e dei suoi abitanti. Inoltre il loro alto grado di auspiciosità permetteva loro di partecipare in rituali che tramite la danza avevano il compito di placare gli dei.

In effetti, la danza aveva un ruolo particolare nelle tradizioni religiose indiane. Qual è il motivo di tanta rilevanza?
La danza ha da sempre un grande valore all’interno dei rituali perché è connessa all’attività del potere divino. Infatti, la danza rituale è associata al dio Shiva, che in una delle sue varie manifestazione è anche Nataraja, signore delle danze. Shiva Nataraja crea l’universo danzando; tramite la danza distrugge e rigenera continuamente i mondi, giacché la creazione è ciclica per cui creazione, mantenimento e distruzione si alternano. Per questo la danza divenne fondamentale all’interno dei rituali. Era il mezzo tramite cui pacificare le divinità, ma ovviamente era anche uno strumento per diffondere cultura religiosa tra le masse, dato che spesso descrive storie riguardanti le varie divinità.

Quanto permane oggi nella cultura indiana delle devadasi?
In realtà oggi la tradizione delle devadasi è come se si fosse scissa: mentre il ruolo da ritualiste nei templi che avevano si è completamente perso per ragioni legate alle conseguenze del colonialismo inglese, come spiego nel libro, la loro arte principale, la danza a cui accennavo prima, è diventata un patrimonio della cultura indiana classico ed è praticata da donne di alta casta perlopiù, così come è praticata anche all’estero. Corsi di Bharatanatyam e Katakhali non sono difficili da trovare nelle grandi città, anche in Italia. D’altro canto, la loro pratica sessuale che, sebbene fosse in parte da collegare a forme di concubinaggio, aveva pure valore religioso e rituale, ha perso qualsiasi valenza sacra per ridursi alla mera vendita del corpo e allo sfruttamento della devadasi da parte delle famiglie per motivi economici. Perché oggigiorno le devadasi provengono dagli strati più poveri della popolazione, per cui la loro dedicazione è semplicemente una “copertura” per la prostituzione.

Questa pratica quindi assume i connotati di una forma di prostituzione legittimata, è così?
Sì, come accennavo è una forma di prostituzione legittimata, ma da parte delle famiglie non del governo, perché teoricamente la dedicazione di bambine per diventare devadasi è stata dichiarata illegale diversi decenni fa. Per le famiglie, invece, far diventare una figlia devadasi significa avere un introito, che però è mascherato da devozione verso alcune divinità specifiche come Yellama o Khandoba.

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Devadasi | Daniela Bevilacqua